mercoledì 31 dicembre 2008

Cosa ne pensate?

Io, Saviano e la passione per il Big Mac


Da "Il Corriere della Sera" - 24 Dicembre 2008

Due cupi corazzati macchinoni di grossa cilindrata dall’aria circospetta mi attendono sotto casa. Un paio di uomini mi fanno accomodare con garbo riluttante nella vettura in testa al convoglio. All’interno il tepore ovattato di un ascensore è reso spigoloso da un uomo che bisbiglia nel microfono che gli spunta dal bavero della giacca.

L’impressione di irrealtà svanisce quando Roberto Saviano mi rivolge un suo tipico «E allora? » farcito dall’ironico incurvarsi del sopracciglio. E io — che sono smarrito come un bimbo rapito dai marziani — non trovo di meglio che replicare: «E allora, eccoci qua».

Non appena l’auto entra in uno stretto parcheggio ha inizio una danza il cui effetto è quello di teletrasportarci dentro al salone di un ristorante (preventivamente svuotato per noi). Non è la prima volta che mi accade di constatare la materna premura con cui la scorta tratta Saviano. Uomini posati la cui età oscilla tra i trentadue anni del più giovane (unico celibe e senza figli) e i cinquanta di quello seduto accanto a Saviano. Ragioni di sicurezza mi impediscono di dichiarare le generalità di quest’ultimo ma non di ricordare il suono della voce che sembra provenire dal fondo di una caverna rinfrescata da un umido effluvio di limoni. Mi parla di quanto sia complicato guidare un auto che pesa quattro volte più del normale. Nota che guardo la grande sacca dietro di lui da cui spunta un massiccio mitragliatore: «È uno Spas-12 perfetto per sedare le sommosse. Siamo ben equipaggiati. Se ci attaccano sappiamo come reagire». L’incubo è un altro: un’intercettazione parlava dell’acquisto di una cinquantina di chili di tritolo. Finché tutto quell’esplosivo non verrà fuori dormiranno un po’ meno tranquilli.

Un paio di estati fa trascorsi una settimana di vacanza con Saviano in una località balneare. Ricordo che non avevo tratto una forte impressione dalla scorta che gli avevano affidato. C’era un che di eccessivamente esaltato nel contegno di quei ragazzi. Tutto il contrario di questi qui. La cui professionalità sembra esprimersi nel modo dimesso, quasi ironico, di svolgere le mansioni. Sebbene il cameratismo s’incentri sulla condivisione di un destino che potrebbe rivelarsi tragico, il tono della discussione ostenta la leggerezza tipica di chi ha bisogno di esorcizzare.

«Quando uscì la notizia che volevano farci saltare in aria sulla Roma-Napoli» dice Saviano «la reazione dei ragazzi fu quella di correre ancora più forte. Da casello a casello in quarantacinque minuti».

«Più corri più li induci all’errore» chiarisce il mio vicino di sedia.

«Dopo quella cazzo di notizia mia moglie per la prima volta mi ha chiesto spiegazioni. Era terrorizzata ».

«Invece mia moglie ci scherzò su: "Insomma per Natale vi vogliono fare il pacco regalo"». «Una volta lessi che un killer era entrato in un locale e aveva chiesto: "Chi è che si chiama Gennaro?". Il tizio che rispose: "Io" si beccò una bella pallottola in fronte. All’epoca lavoravo con un giudice e gli dissi: "Senta, dotto’, se qualcuno ci chiede se c’è uno che si chiama Andrea, la prego, faccia rispondere me"».

Il ribollire d’una discussione così spiritosamente macabra non mi ha impedito di notare una stranezza. Un attimo dopo l’arrivo in tavola di vassoi colmi di diversi tipi di pasta, l’uomo dalla voce cavernosa ha afferrato il piatto di Saviano riempiendolo di un trittico di primi.

Frequento Saviano da un tempo sufficiente per sapere che il suo rapporto con il cibo è complicato come quello dei bambini. Accade che lui ti chiami e ti chieda di andarlo a trovare nella sua tana del momento: «Sono solo. Non mi va di rompere le palle ai ragazzi. Perché prima non passi da un cinese? Va bene anche un Big Mac». La stranezza non è in gusti gastronomici così corrivi. Semmai nel modo con cui Saviano tratta quella sbobba. Mangia con gli occhi più di quanto non faccia con la bocca. Si avventa sul cibo con aria famelica, ma si sazia subito. Si alza in piedi, inizia a parlare e a gesticolare come una marionetta. Ti racconta le abitudini sessuali di qual capomafia, l’ossessione per le ostriche di quel pentito. E lo fa per impressionarti, con aria di sfida, ma anche perché non può farne a meno.

L’ossessione di Saviano per l’universo malavitoso ha origini balzacchiane. Lui si interessa al caleidoscopio criminale con la dedizione di un moralista classico. Tale fissazione è così radicata da aver polarizzato ogni altro interesse: ecco perché Saviano è un ospite straordinario quando t’invita nel suo regno ma non è mai disposto a muovere le chiappe per venire a visitare il tuo. Ciò che non gli somiglia non lo interessa. Puoi condurre la discussione su qualsiasi terreno: sport, politica, sesso… Ma le sue idee su questi argomenti difficilmente superano la soglia del buonsenso. Ma se ti interessa il genio allora ti basta innescare la sua monomania. Intanto il resto finisce con l’annoiarlo. Le proposte sessuali che riceve tramite My space o Facebook—a prescindere dal sussulto di orgoglio che gli procurano —, o le attempate signore bene che gli si offrono, non lo avvincono più degli spring rolls o dei Big Mac. Non c’è uomo più immune da istinti edonisti di Roberto Saviano.

Anni fa Mario Desiati, all’epoca segretario di redazione di Nuovi Argomenti nonché scout della Mondadori, mi fece leggere un racconto-reportage sulla malavita campana scritto da un certo Roberto Saviano. Poco più che ventenne aveva pubblicato qualche articolo molto tosto e documentato su Lo straniero e su Nazione indiana. A Mario sfuggì un commento tipo: «È una forza della natura ma anche un kamikaze. Bisogna tenerlo d’occhio». Non capii se alludesse al suo destino editoriale o alla sua incolumità. Come pensare che solo pochi anni dopo le due dimensioni—quella artistica e quella legata alla sicurezza—si sarebbero così inestricabilmente intrecciate? Il nostro incontro avvenne qualche settimana dopo, in occasione della presentazione del mio libro organizzata dai miei zii napoletani al Circolo Canottieri. Ed eccolo lì, dove non te lo aspetti, in fondo alla solenne club house con le finestre aperte su spicchi di cobalto. Eccolo lì, splendidamente inadeguato, con jeans da teddy boy, scarpe da ginnastica e occhi dipinti di fresco da qualche allievo di Luca Giordano. Eccolo lì, impantanato in tutta la sua goffaggine sociale. Sebbene Saviano fosse il prodotto di un milieu borghese, era evidente il suo disagio in un contesto mondano. Andammo a prenderci un caffé. Così entrai per la prima volta in contatto con l’arcipelago-Saviano. Camminammo un po’ per Piazzale dei Martiri, ci inerpicammo lungo Via dei mille. Non c’era cinema, né negozio, né ristorante che non custodisse un retroscena malavitoso. Come se il mondo che credevo di conoscere non fosse altro che la presentabile calcomania di un universo popolato di spettri. Capii subito che Saviano apparteneva a quel genere di scrittori per cui la bellezza dorme acquattata sotto spessi strati di immondizia.

(Inside)
(Inside)
Il fatto ragguardevole è che l’enorme risonanza planetaria che il lavoro di Saviano ha frattanto ottenuto non ha in alcun modo alterato il suo sguardo. Ora è certo più scaltro, più vanitoso, più navigato, più guardingo (chi non lo sarebbe al suo posto?), ma il suo sistema solare continua a girare intorno alla stella mefitica da cui è letteralmente tormentato. La sua mente è sollecitata dalla geometrica perfezione dalle strutture criminali. Una vocazione che gli ha consentito di tradurre la dietrologia in un efficacissimo strumento conoscitivo privato del quale si sentirebbe nudo e improtetto. L’ironia è che il suo desiderio di proteggersi abbia finito con il renderlo uno dei dead man walking più protetti del pianeta!

«Quando all’estero mi affidano una scorta» mi dice ridendo «la prima cosa che faccio è cercare di capire come sono organizzati. Il che mi aiuta a conferire un senso a quello che sta avvenendo, e a prevenire quel che sta per succedere ».

Finché la conversazione tra me e lui si fa più intima: «La fine di un amore. Ecco una cosa che non capisco. Contro la quale mi ribello. Forse perché lì il meccanismo mi sfugge. È come se d’un tratto tutto negasse ciò che hai impiegato del tempo ad accettare. L’esatto contrario del mondo criminale. Fatto di slealtà e tradimenti, ma obbediente a regole precise. Non trovi che la sfera affettiva sia quella che riservi le sorprese peggiori?».

Il desiderio di essere amato, la competizione, la richiesta continua di protezione e di riconoscimenti, la suscettibilità. Tutto questo fa di Saviano un suddito onorario del regno di Edipo. «Mia madre è una donna bella con un carattere da colonnello che si è ammorbidito con gli anni. La mia vita è stata il tentativo di dimostrarle che ero meglio di quello che sembravo. Temo mi considerasse una specie di intellettuale inconcludente ».

Be’, converrete con me che l’encomiabile zelo con cui Roberto Saviano ha voluto dimostrare a una madre così potente di valere qualcosa ha dato frutti fin troppo spettacolari. E tuttavia la mia esperienza personale mi suggerisce che Saviano non si sia emancipato dai riti di quel legame originario. Qualche tempo fa Saviano mi chiese cosa pensassi di un suo articolo. Gli dissi che non era la cosa migliore che avesse scritto. Capii dal tono della voce che quel responso da me pronunciato con tanta leggerezza aveva alterato in modo irreparabile la piega del suo umore.

Casa Saviano. Un vero ossimoro. Da che lo conosco questo è il quarto rifugio in cui mi invita, e d’altra parte ci tiene a dirmi che si tratta di una sistemazione temporanea. A dispetto delle precedenti dimore almeno questa non è angusta né squallida, sebbene egualmente impersonale. Una romantica soffitta all’ultimo piano di un vecchio palazzo. «Che ne dici se apriamo un panettone che mi ha regalato un pasticciere devoto? ».

Non mi stupisce che gli facciano regali votivi. Più di una volta mi è accaduto di constatare il fervore che la vista di Saviano suscita nel prossimo. Quella volta in cui una mamma volle che Saviano toccasse la testa del suo bambino.

Scene del genere mi suscitano ripugnanza, ma anche un fosco divertimento. Le assimilo all’idolatrica devozione a Padre Pio o al culto postumo di Pasolini. Qualcosa di irrimediabilmente italiano che non mi piace. Curioso il modo in cui Saviano assimila il culto di cui è fatto oggetto. Con divertimento direi. Ma anche con una serietà che ti lascia sbigottito. È come se lui intravedesse una relazione tra l’ardore religioso che anima gli altri e la sua percezione di essere in pericolo. Non ho mai conosciuto, per ovvie ragioni, un mio quasi coetaneo che dovesse affrontare quotidianamente l’idea della propria fine. Certe volte sembra quasi che morire è il minimo che la gente si aspetti da lui. Sebbene Saviano abbia un’idea letteraria della propria morte, non ne sottovaluta i lati truculenti tanto meno quelli comici. «Certo, l’idea che un’esplosione mi stacchi una gamba mi fa orrore».

Ricordo quando Saviano mi disse che i casalesi lo volevano eliminare. Era l’autunno del 2006. La notizia stava per divampare. E lui non trovò di meglio che mettersi a piangere di infantile disperazione. Da allora però il suo contegno è cambiato. Il suo umore si è adattato al vertiginoso binario d’una montagna russa impazzita. Ogni tanto annuncia (via sms) che ha un brutto presentimento. Lo chiami e lui non risponde. Altre volte ti spiega con tristezza, come se la cosa non lo riguardasse, che è inutile farsi illusioni, tanto quelli «non dimenticano». Sicché dalla sua enciclopedia dell’orrore stipata di atti criminosi tira fuori un paio di storie istruttive: «Ale, si tratta di persone dotate di una pazienza infinita. Quando tutti si saranno stancati di questa storia, loro agiranno. Te l’ho detto, per i casalesi tutto è cinema. L’happy end è il mio cadavere ».

Il panettone è squisito. Ha il colore giusto: un giallo paglierino dato dall’eccesso di burro. Ma Saviano lo maltratta, piluccando pezzettini di pan di spagna dopo averli separati da uvette e canditi. Ci mettiamo nel piccolo soggiorno. E lui fa la solita fatica a sistemarsi. Si stira, si alza, si risiede. Sembra che stia cercando la soluzione più scomoda per sedersi. Il suo fisico è snodato come quello di una burattino. Fumiamo sigari all’anice e lui mi fa: «Che ne pensi di questa roba del Partito democratico?».

«Delle lezioni di moralità che dovresti impartire ai nuovi dirigenti?».

«Esattamente».

Gli dico che raramente ho sentito una cazzata più ridicola, tendenziosa, demagogica. Gli chiedo se non gli costi essere diventato un’entità politica così influente. Se la responsabilità a cui è tenuto, quel modo di misurare le parole che lo ha reso un’icona bipartisan, non sia una negazione dello spirito kamikaze di Gomorra.

«Se mi abbandonassi, ora che ne ho il potere, a una serie di dichiarazioni di pancia, metterei in pericolo tutto quello che ho raccontato. Ma la responsabilità non inquina la mia operatività. L’articolo in cui fornivo gli indirizzi dei mandanti e degli esecutori degli omicidi dei sei africani mi sembra che rispettasse lo spirito di Gomorra ».

Per dire come il suo libro abbia infettato i miei pensieri gli dico come fino a poco tempo fa quando m’imbattevo nel termine Gomorra pensassi alla Bibbia oppure alla Recherche mentre oggi invece mi ritrovi subito scaraventato a Casal di Principe ma anche in quel fucsia genialmente pop dei cartelloni pubblicitari del film di Garrone. Ride. E continua: «Io sono contro l’economia criminale che considero la vera gorgone del capitalismo contemporaneo. Questa è la mia sola passione politica. E la letteratura naturalmente. Anche se lo sai, m’interessano gli scrittori che usano il sangue al posto dell’inchiostro: Junger, Nizan, Cendrars, Céline».

Il dato affascinante è che una frase come questa che, pronunciata da qualsiasi altro, suonerebbe pretenziosa, sulla bocca di Saviano prenda un suono così vivido. La cosa che gli invidio (almeno dal punto di vista professionale) è l’essersi conquistato sul campo il diritto alla retorica. Sapete com’è: i millenni che ci separano da Omero ci hanno fatto dimenticare, per una questione di buon gusto e per un’idea tutta moderna di autenticità, quanto la retorica sia nutriente per la nostra vita spirituale. Ebbene, tutto quello che Saviano ha fatto fin qui sembra essere al servizio di una strategia: poter pronunciare certe impronunciabili frasi, ingaggiare, con l’aiuto della scorta, un’omerica battaglia contro un branco di assassini. Sapete, l’intercalare che precede tutte le sue proposizioni è «paradossalmente ». Un avverbio che suona come una specie di auto-definizione o come una preventiva richiesta di scuse per l’improbabilità di ciò che sta per narrare.

Ma quando ricaccia fuori la solita solfa degli scrittori che sarebbero tutti «pavidi», perdo le staffe. E gli chiedo se non attribuisca al termine «coraggio» un’accezione un po’ troppo hollywoodiana: «Insomma certe volte si direbbe che dovendo scegliere tra Charles Bronson e Gustave Flaubert getteresti dalla torre quest’ultimo senza pensarci un attimo. In fondo la paralisi nevrotica in cui Kafka viveva gli ha consentito di cogliere la condizione umana in un modo assai più efficace dei tuoi Junger o Nizan del piffero».

«Be’ allora pensa al coraggio di Primo Levi». E anche qui ci troviamo decisamente in disaccordo. Se c’è una cosa che mi tocca della tragedia di Levi è che lui non se l’è andata a cercare. Ce l’hanno trascinato…

Lascio casa Saviano con il senso di vacuità (certo incongruo) di chi abbandona un uomo solo. Il destino è sempre determinato dalle tue scelte, mai dal caso. Parola di Jean-Paul Sartre. Le scale, l’ascensore, l’androne dell’elegante stabile ottocentesco parlano con gli odori e le luci del Natale incipiente. È tardi e fa un freddo orribile. L’eco dei miei passi mi percuote i timpani. L’idea di uscire da quel portone per un attimo (un secondo appena) mi fa rabbrividire. Non ha senso vivere così.

Alessandro Piperno
24 dicembre 2008

martedì 16 dicembre 2008

Un piccolo segno della Grazia!?!

Ma la Chiesa non è una città sotto assedio

Repubblica — 15 dicembre 2008

In questi tempi si parla spesso, sui giornali, delle autorità ecclesiastiche: papa, cardinali, vescovi; e delle loro opinioni ed iniziative. Siccome mi considero (o vorrei essere o lo sono per alcune ore del giorno) un cristiano e un cattolico, ne parlo poco volentieri. Nel mondo, esiste una cosa indicibile che si chiama la grazia: l' unica cosa che importa in una religione, assai più della fede e delle opere. La grazia è una luce, un barlume, che talvolta ci visita (non sappiamo perché né quando), e dà un tocco alla nostra vita. Non ci viene data per nostro merito: nessun uomo ha meriti di nessuna specie. Ci viene data; e noi dobbiamo tenerla carissima. La ritroviamo nei Vangeli, in molti libri religiosi; e in quasi tutti i grandi scrittori. Sono le uniche testimonianze nelle quali ho fiducia. La grazia può scendere su tutti, e forse specialmente su coloro che hanno consacrato la loro vita a Dio - l' ignoto mittente della luce. Ora, sono esistiti papi, cardinali, vescovi sciocchi e incolti: ma la grazia non ha molto a che fare né coll' intelligenza né con la cultura. Così ascolto le parole dei sacerdoti con una specie di secondo orecchio, cercando di capire se qualcosa palpita e si muove dietro le parole apparenti. Non posso dimenticare un fatto straordinario. Circa un secolo fa, molti famosi e brillanti studiosi affermavano che il primo cristianesimo era legato alle cosiddette "religioni dei misteri". Avevano torto. Avevano ragione modesti professori cattolici (certo ispirati da una oscura grazia), i quali sostenevano che il primo cristianesimo si era nutrito soprattutto di ebraismo. Ho avuto e ho molta ammirazione per papa Giovanni Paolo II. Non era un papa come gli altri: un papa rappresenta in primo luogo la tradizione della chiesa, e la parla. Certo, Giovanni Paolo II venerava moltissimo la tradizione cristiana. Ma era anche un uomo: come un papa non è. Mangiava, sciava, parlava, pregava, abbracciava, sorrideva, recitava, piangeva, come nessun papa ha mai fatto. Al tempo stesso, era o pensava di essere una reincarnazione di Cristo: come testimonia tutta la sua esistenza, l' attentato, le pallottole inviate nella corona della madonna di Fatima, l' intuizione dei segni e dei miracoli, e la sua morte - imitazione degli eventi del Golgotha. Per queste due ragioni, i fedeli erano così affascinati dalla sua figura. Papa Giovanni Paolo II ebbe l' intuizione grandiosa che la Chiesa fosse il mondo: che tutto l' universo creato - i fiori, le piante, gli uomini, le case, le chiese, il mare, i pesci, gli uccelli, i sacerdoti, i bambini e persino gli infedeli e i nemici - fossero il corpo della Chiesa vivente. Così immaginava la Chiesa cattolica del Rinascimento e del Seicento - quella che ha prodotto San Pietro e i presepi napoletani. Di qui avevano origine i suoi incontri oceanici, nei quali due milioni di ragazzi sudati lasciavano cadere al suolo due milioni di lattine di birra, gridando trionfalmente la loro fede. Come disse Gesù nel Discorso della Montagna: «Tu, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo in segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà...Il Padre vostro sa già di che avete bisogno, prima ancora che lo chiediate. Voi, dunque, pregate così: "Padre nostro che se nei cieli"». La religione è in primo luogo questo: un luogo dietro la porta chiusa, nel segreto, una preghiera silenziosa che solo Dio ascolta e accontenta. Papa Giovanni Paolo II aveva un grande bisogno di presenza: doveva pronunciare quello che portava nell' anima, dirlo a tutti, tutti insieme e uno per uno, abbracciando ogni persona e cosa nel suo immenso cuore. Niente doveva sfuggire. Non rifiutò nessuno strumento: le grandi prediche, i viaggi, i perdoni pubblici, l' abbraccio dell' assassino, l' edizione delle sue opere giovanili, l' abolizione del segreto (almeno in parte), il racconto televisivo della sua vita. Un papa ha mille modi per essere presente: le encicliche, le parole dalla finestra di San Pietro, i gesti simbolici, il tocco delle mani, la preghiera silenziosa (che certo egli praticava). Purtroppo Giovanni Paolo II diede interviste: a pessimi giornalisti. Sebbene io sia un mediocre cristiano, gli errori di fatto nelle sue interviste (un papa non deve sbagliare) mi danno un grande dolore. *** Oggi, quasi tutto sembra cambiato. La gerarchia ecclesiastica pensa che la Chiesa sia una cittadella assediata: fuori ci sono gli empi, gli infedeli, i laici cattivi; e dunque bisogna alzare muri, muretti, scavare fossati, puntare cannoni o piccoli fucili, alzare il dito, proclamare principi ed assiomi. Non voglio negare che i cosiddetti laici - specie quelli che scrivono libri e articoli - dicano stolidità religiose, che avrebbero fatto impallidire il più umile fedele del tredicesimo secolo. Né che sia tollerabile vedere i cristiani perseguitati e uccisi (come gli ebrei) in molti paesi. Oggi la Chiesa non è una cittadella assediata. Cinquant' anni o sessant' anni fa, le chiese erano piene, ma quasi nessuno leggeva i Vangeli o san Paolo o Origene o sant' Agostino o Giovanni Scoto o Ildegarda di Bingen o san Bernardo, senza i quali non è facile dirsi cristiani. Almeno in Italia, il mondo cattolico possiede una straordinaria vivacità e ricchezza: case editrici, letture appassionate, movimenti di ogni specie, missionari, molteplici e ammirevoli opere di assistenza. Oso dire che mai, negli ultimi due secoli, l' Italia ha conosciuto una vita cattolica così intensa. In questi giorni è uscito un libro di Marcello Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani (Mondadori p. 200, 18 euro). Sostiene che il "dialogo interreligioso" (con l' Islam e qualsiasi altra professione di fede) è oggi impossibile. Vorrei capire meglio. È sempre stato impossibile? Le religioni sono cattedrali essiccate, abitate da morti e da spettri, dove nessuno mette il naso alla finestra, perché teme di esser violato nella sua fede? Nel XII e XIII secolo, la mistica bizantina e quella islamica si influenzarono profondamente, generando un tesoro supremo. Ma Marcello Pera, che ignora tutto sull' Islam classico e ignora persino cosa sia una religione, non sa assolutamente niente di questo. Molti secoli prima, ebraismo, cristianesimo, manicheismo, buddismo, Islam, taoismo ebbero rapporti fruttuosi, fecondandosi a vicenda, persino in Cina. Ancora prima, nel quarto secolo dopo Cristo, Fausto di Milevi (appartenente alla feroce eresia manichea, che i cristiani massacrarono per secoli, bruciandone i libri e le vesti rituali), disse a sant' Agostino: «Io ho lasciato il padre e la madre, la moglie, i figli e tutto ciò che il Vangelo chiede di lasciare, e mi chiedi se io accetto il vangelo?... Ho rifiutato l' argento e l' oro e ho smesso di tenere il danaro nella borsa, contento del cibo di ogni giorno, senza curarmi di quello dell' indomani. E tu richiedi se accetto il vangelo?... Tu vedi in me il povero, vedi il pacifico, il puro di cuore, l' uomo che piange, che ha fame, che ha sete, che soffre persecuzioni e odi per la giustizia; e dubiti che accetto il vangelo?». Ancora prima, verso la fine del terzo secolo, sempre gli stessi eretici manichei lessero, in Egitto, questo Salmo: «Gesù, mio vero guardiano, possa tutti proteggere. Tu, figlio primogenito del Padre delle Luci, possa tu proteggermi. Tu sei il vino della vita, il figlio della vera vigna, fa' in modo che noi beviamo del vino vivente della tua vigna. Nel mezzo del mare, Gesù guidami, non abbandonarci, le onde non ci afferrino. Quando io pronuncio il tuo nome sul mare, esso calma le onde... Questo nome, Gesù, una grazia lo circonda. Il tuo fardello è leggero per chi lo porta su di sé...Quanto grande è il tuo amore verso l' uomo, o Gesù, prima rosa del Padre! Fino a che punto giunge la tua dolcezza? Possa io trovare la dolcezza degli dèi». Tutte le frasi che ho ricordato appartengono, o non appartengono, a quello che Marcello Pera chiama con disprezzo "dialogo interreligioso"? Forse mi sbaglio. Come sostiene Marcello Pera, oggi "ogni dialogo interreligioso" è impossibile. Viviamo in tempi mediocri, dove esistono uomini di fede, ma nemmeno un pensatore cattolico (tanto meno islamico). Così può accadere che, in questi tempi, vengano casualmente pubblicati i libri di Marcello Pera.
PIETRO CITATI

venerdì 7 novembre 2008

Tre spunti, tre nodi polemici, tre domande. Riflessioni “a monte” della "Riforma Gelmini"

Finendo dritto in una di quelle che Jung avrebbe definito senza ombra di dubbio “sincronicità”, qualche giorno fa, mentre ero immerso nelle eco, tutte personali ed interiori, di quella che per sintesi ed immediatezza mi limiterò a chiamare “Riforma Gemini”, mi sono imbattuto in modo davvero casuale in un testo di Hannah Arendt, intitolato La crisi dell’istruzione: una coincidenza che ha finito per regalarmi il piacere di guardare con una profondità tutta nuova ai fenomeni del nostro “oggi” tutto italiano. Provando infatti ad andare oltre la sacrosanta ricaduta nell’immediato, giustamente sulla bocca di tutti (tagli lontani da ogni progettualità e decisioni incapaci di intercettare il bisogno di futuro), il “soccorso” della filosofa tedesca è servito per provare ad ampliare ulteriormente il raggio della riflessione: caricando un po’ di vena critica e provocatoria le righe di quel testo (spero comunque di restarvi il più possibile fedele) e decontestualizzandolo dal periodo per il quale è stato scritto (siamo a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 con una lente di riguardo per la situazione americana) emergono tre coordinate della crisi dell’istruzione che ritengo non solo valide per i tempi che stiamo vivendo, ma quasi, addirittura, una sorta di condizioni in negativo della “riforma” in oggetto.
Proviamo a vederle rapidamente nel dettaglio, forzando un po’ un parallelismo che mi porterà a rapportare ognuna di queste coordinate ad altrettanti nodi problematici sollevati dalle decisioni del nuovo ministro dell’istruzione (il grembiule, l’insegnate unico, i tagli all’università), in una sorta di crescendo di gravità e insopportabilità.

La prima. Scrive Hannah Arendt: il problema è che esiste “un mondo di bambini e una società di bambini, autonomi e da lasciare per quanto possibile all’autogoverno dei bambini stessi”. Viviamo cioè, in una società, e mi verrebbe da dire, visto il contesto, in una scuola, in cui l’adulto si trova disarmato di fronte al bambino e il bambino, a sua volta, solo e sottoposto alla tirannia della maggioranza dei suoi coetanei. Come scrive la Arendt, a tale situazione “i bambini tendono a reagire o con il conformismo o con la delinquenza giovanile, e spesso con un miscuglio dell’uno e dell’altra”. Cosa significa? Significa che, sospendendo il giudizio sulle responsabilità di ambienti familiari e sociali in genere, responsabilità che la scuola non può assumersi, resta comunque il dubbio che anche l’edificio scolastico, inteso in senso materiale e metaforico, sia il covo di questa cattiva relazione: la scuola ha perso la capacità di realizzare un effettivo dialogo tra adulti (insegnanti in questo caso) e bambini (alunni in questo caso) e non è più capace di garantire un flusso benefico che sia qualcosa di più di un mero “baby-sitteraggio” o di un asettico “punto-informazioni”.
Ed eccoci allora alla prima questione: quale ambizione pedagogica e sociale, quale progetto sostanziale nasconde un provvedimento che riduce al grembiule e al voto in condotta il dramma della crisi di autorità dell’insegnante-adulto e del sempre maggiore appiattimento omologante di bambini-alunni sempre più uguali? Non che pensi ingenuamente che aspetti così profondamente e culturalmente rilevanti debbano passare attraverso la cruna dell’ago di una riforma ministeriale, ma è poi così strano chiedere che si parta da un progetto e da un’identità di scuola (che tra l’altro testimonierebbe di puntare sulla scuola per il futuro) piuttosto che da provvedimenti isolati e piatti (che tra l’altro sanno amaramente di spot di vuota pubblicità)?

La seconda. Hannah Arendt così si esprime a riguardo dell’insegnamento: “Influenzata dalla psicologia moderna e dai dogmi del pragmatismo, la pedagogia si è trasformata in una scienza dell’insegnamento in genere, fino a rendersi del tutto indipendente dalla materia che di fatto insegna”. Quale ritratto migliore di un percorso circolare che ha finito per chiudersi su se stesso, tornando infruttuosamente indietro? Si era partiti dal maestro unico e si era arrivati ai tre maestri: nel frattempo però la pedagogia è divenuta la nuova signora e padrona del mondo scolastico e accademico, ha finito per monopolizzare dibattiti e corsi di laurea, ha conquistato il gradino più altro del podio tra le scienze umane, finendo per totalizzare il panorama di ogni disciplina e diventando una sorta di insegnamento dell’insegnamento, un insegnamento al quadrato, unidimensionale e generico. E’ un po’ come se la pedagogia unica (estesasi universalmente e universitariamente) avesse ora come sua propaggine, nel mondo delle scuole elementari, la nuova figura del maestro unico, in un corto circuito per il quale la sua onnipervasiva presenza “a monte” dei vari insegnamenti trovasse la sua estrema diramazione in quello che è meramente un ritorno al passato.
Ed eccoci alla questione: l’insegnate unico ha spalle tanto grandi da respingere il sospetto che sia il semplice frutto di tagli e non di un investimento culturale; da reggere la presunzione di cancellare con un colpo di spugna quanto accaduto nelle scuole italiane negli ultimi anni e quanto di buono seminato dal modello dei tre maestri; da difendere l’affermazione di un modello per il quale non conta più la materia che di fatto s’insegna?

La terza e ultima. La Arendt sottolinea come, a suo modo di vedere, fin dalla modernità, si sia affermata l’idea per la quale si può conoscere e capire solo ciò che si è fatto da sé. “Applicato all’istruzione – e sono parole sue queste –, ciò significa, in termini primitivi quanto ovvi, che l’imparare viene per quanto possibile sostituito dal fare” e si è tesi a mostrare quasi esclusivamente il processo produttivo della conoscenza. Viviamo cioè un’epoca nella quale non si tende più ad insegnare una conoscenza ma piuttosto ad inculcare una tecnica. Lo scheletro dell’istruzione non è più quello nobile, chiamato a sostenere, oltre che le necessità del corpo, anche le tensioni dello spirito, ma quello concupiscente, geneticamente modificato per diventare macchina produttiva e consumatrice.
Per quanto quest’ultimo nodo concettuale costituisca forse “il” problema dei problemi, l’apice della piramide dei problemi strutturali del nostro sistema-istruzione, il virus che ha colpito chiunque si sia avvicinato a queste dinamiche, finendo per fare innumerevoli vittime sia a sinistra che a destra (su questo punto forse molto più vicine di quanto potrebbe sembrare o potrebbero far credere), come si può accettare un riforma che non è tale, in quanto si limita a togliere fondi a chi ne ha pochi e usati male e a ridarne a chi ne ha già molti e li usa nel pieno rispetto di tale logica, che così male ha fatto e sta facendo alla nostra società? Come si può accettare, socialmente, culturalmente e politicamente, una serie di provvedimenti molto lontani da qualsiasi progetto di università, a meno che non si riduca tale progettualità ad un’idea privatistica, produttiva e manageriale del massimo luogo di formazione che un paese possiede?

D'altronde non sarebbe altro che il passo successivo dell’affermazione di un modello molto chiaro, che ha già inficiato il luogo della deliberazione e della decisione, la politica, e che è pronto per contagiare il luogo dell’assistenza e della solidarietà, la sanità.

Luca Alici

sabato 25 ottobre 2008

Che bell'affresco sull'università italiana

Pubblico l'intervento di Adriano Prosperi su Repubblica del 21 ottobre 2008

COSA DARE AGLI STUDENTI
Dobbiamo prendere atto di una realtà: l' analfabetismo civile della società italiana è un fenomeno gravissimo. E non è per caso che lo scontro sociale si sta riaccendendo intorno alla scuola. I giovani, le famiglie, gli insegnanti stanno prendendo coscienza di quello che li aspetta: una scuola pubblica pesantemente impoverita nei servizi, nel personale, negli edifici e nelle attrezzature. A cui si aggiunge una università di infimo livello, fabbrica di lauree ridicole e di docenti senza qualità. Il tempo è giudicato maturo da chi comanda per liquidare la pesante struttura della scuola pubblica e per affiancare all' università pubblica in via di smantellamento fondazioni private capaci di velocizzare la fornitura del personale tecnicamente preparato e civilmente incolto richiesto dal sistema produttivo. La giustificazione che regge la proposta è quella dello stato di crisi delle finanze pubbliche, aggravato oggi dalla tempesta mondiale delle banche. Ma la voce che si leva dalle piazze e che trova la via dei fax e delle mail per raggiungere il Quirinale dice che, accanto alle banche, prima e più delle banche, c' è ancora chi vuole salvare la formazione dei giovani e la qualità del nostro sistema della ricerca universitaria. È urgente affermare che qui si gioca una partita strategica essenziale. Prenderne coscienza è fondamentale. Lo stanno facendo le famiglie, gli studenti, i docenti, con proteste e richieste di interessi diversi, non sempre componibili tra di loro. Alle famiglie la riforma minacciata per decreto renderà più complicato raggiungere scuole accorpate, più ridotto il tempo dell' affidamento dei figli, più povera l' offerta culturale. Agli scolari e agli studenti toccherà in sorte un luogo di rafforzata disciplina esteriore negli abiti, nella condotta, e di inadeguata offerta per la crescita civile e culturale. Queste economie tagliate con l' accetta sul sistema scolastico ricordano quel Procuste che segava le gambe ai clienti per adattarli alla dimensione dei suoi letti. La scuola è il pilastro fondamentale della società civile in una democrazia vitale, il luogo della socializzazione e dell' avvio a una cittadinanza consapevole, l' unico mezzo efficace per eliminare le discriminazioni di religione e di etnia, per assorbire l' impatto dei flussi migratori mondiali abituando a crescere negli stessi ambienti coloro che, da adulti, si troveranno fuori dalla scuola a convivere nella stessa società. La rivelazione della stupefacente crescita numerica della popolazione italiana ci ha fornito i numeri di quel che è accaduto negli ultimi anni, ma ha fatto anche di più: ha dimostrato implicitamente quello che i risentimenti, le chiusure, i pregiudizi e le paure seminate a piene mani cercano di nascondere, il fatto cioè che ciascuno di noi conta per uno e che tutti insieme facciamo la somma paese. Democrazia e demografia debbono andare di pari passo. L' idea di istituire classi differenziate è sorella di quell' altra balorda idea delle impronte digitali da prendere ai bambini rom. Riuscirà la protesta degli studenti a frenare la deriva italiana? La giovinezza e la speranza di cambiare in meglio il mondo sono sorelle. Speriamo, dunque. Quanto ai compagni di strada che i giovani in agitazione e le loro famiglie stanno incontrando, la loro solidarietà non potrà esimerli da qualche esame di coscienza. Sulla protesta dei sindacati gravano quei limiti corporativi che tanto hanno pesato in passato nell' ostacolare l' avanzata dei docenti migliori e la rimozione dei peggiori e nel sostituire pressioni e contrattazioni alla logica del concorso pubblico senza limitazioni, senza fasce protette o categorie riservate. Ma è ai docenti e al sistema che governa l' università come luogo di insegnamento e di ricerca che oggi si chiede una prova speciale di credibilità. Ne saranno, ne saremo capaci? C' è da dubitarne. Un fatto recente rafforza i dubbi. Se il clan dei casalesi compie una strage in un centro abitato in pieno giorno, nessuno vede, nessuno denunzia, nessuno testimonia. Precisiamo: nessun italiano. La "vittoria dello Stato" di cui nel caso di Castel Volturno si è gloriato il ministro dell' Interno è dovuta a un immigrato, l' unico salvatosi dalla strage. Un uomo solo, terrorizzato, sfuggito alla morte, ma capace di un atto di coraggio elementare, di una domanda di giustizia che non è giunta da nessun' altra parte. Ma parliamo dell' università. Qui le stragi ci sono ma non si vedono. Sono stragi di speranze e di intelligenze. Ogni anno in questa stagione il saldo demografico dell' università si chiude in negativo: i giovani migliori vanno all' estero, i pochi che vengono in Italia da fuori vi arrivano da paesi più poveri e più incolti del nostro. Anche qui è stato un immigrato, un raro esempio di "ritorno dei cervelli" a fare una radiografia impietosa e documentata del sistema universitario. Il professor Roberto Perotti, già docente alla Columbia University di New York, oggi alla Bocconi, ne L' Università truccata (edizioni Einaudi) ha denunziato le malattie dell' Università e ha avanzato proposte. Pagina dopo pagina leggiamo nomi e cognomi. Una tabella a pagina 22 ricostruisce il sistema di parentela che domina la facoltà di economia dell' Università di Bari come pure quelle di Medicina e Chirurgia di Bari e della Sapienza di Roma. E una tabella fittissima di ben cinque pagine illustra il meccanismo dei "concorsi dei rampolli". Le regole della parentela sono elementari nelle popolazioni primitive studiate dal grande antropologo Claude Levi-Strauss. Lo sono anche nelle tribù accademiche italiane. Qui basta un padre Magnifico Rettore a determinare l' irresistibile entrata dei membri della sua famiglia nell' università che governa e nel suo stesso dipartimento. Naturalmente il problema non è la consanguineità dei professori ma il blocco degli studi e la penalizzazione dei giovani migliori che la logica mafiosa dominante nei concorsi ha prodotto con la scomparsa tendenziale delle università italiane dalla parte alta della comunità scientifica internazionale. Le pagine di Perotti fitte di nomi e cognomi potevano scatenare una tempesta di querele e di proteste, riempire le aule dei tribunali di dignità offese. Non è accaduto niente. Le toghe infangate e svergognate hanno continuano a coprire magnificenze fasulle abbarbicate a cattedre e rettorati. Si diceva una volta: "Calunniate, calunniate, qualcosa resterà". Viene voglia di dire oggi: criticate, criticate, niente resterà. Resta solo uno stato d' animo di invidia e di rancore, diffuso tra le famiglie soccombenti e nella poltiglia umana che dallo spettacolo dell' ignoranza trionfante e prevaricante ricava solo una spinta alla maldicenza anonima e indifferenziata e può consolarsi così delle proprie frustrazioni. Ma lo scandalo vero è la sordità delle istituzioni e dei poteri. In un' altra cultura avremmo visto probabilmente manifestazioni pubbliche, esibizioni delle vergogne su lenzuolate di nomi, proteste di associazioni e di sindacati, inchieste di magistrati, interrogazioni parlamentari. Nel libro di Perotti c' è quanto basterebbe in un paese dotato di un vero governo e di una vera opposizione per mettere in movimento almeno una inchiesta parlamentare. Anche perché gli intrecci osceni che avvengono nei concorsi non sono fatti solo di dinastie familiari. Come tutti sanno, il vigente principio dello "ius loci" affida al potere delle cosche accademiche localmente prevalenti la selezione delle nuove leve di docenti attraverso il paravento di finti concorsi. Su questa materia è stato detto tutto. Non è stato fatto nulla. Quel che è stato fatto è un disastro bipartisan che negli ultimi anni, col sistema del tre per due e con la regola concorsuale dello "ius loci" ha svenduto le residue energie dell' università italiana, ha riempito le scuole di ignoranti e ha moltiplicato le etichette di fantasia per fare posto agli asini obbedienti al potere del capocosca locale. Ora siamo arrivati al rendiconto finale. Lo sforzo degli studenti in agitazione per coinvolgere i docenti e di riceverne pacche sulle spalle è patetico. Ci fa misurare la distanza dalle aspre e irridenti satire del ' 68, quando l' apparizione di un professore in un' assemblea studentesca faceva scattare cori di derisione. I giovani di allora oggi sono vecchi. Molti di quelli che allora dominarono le assemblee studentesche occupano o hanno occupato cattedre, ministeri seggi parlamentari. Pesa sulle loro spalle un fallimento che non hanno saputo evitare, che hanno spesso contribuito ad accelerare. Il loro eventuale appoggio andrebbe esorcizzato come una minaccia da chi vuole veramente che la scuola e l' università italiana riprendano la loro funzione di cuore pulsante della società. Lo tengano presente i giovani che oggi, timidamente, cominciano a uscire dal torpore di un paese gravemente malato.

I NUOVI BARBARI 6 – DALL’INVASIONE ALLA RISCOSSA

Siamo giunti al capolinea: si scende!
Il nostro viaggio è compiuto ed approda al suo ultimo momento, quello del congedo e del ritorno a casa: ognuno riprenda la propria vita, i propri ritmi, le proprie cose. Possiamo finalmente togliere gli occhiali ingombranti ed “angoscianti” con i quali abbiamo cercato di guardare in maniera nuova i paesaggi che ci circondano, le cui lenti hanno forse caricato, ingigantito e amplificato la realtà; stropicciamoci gli occhi, che rivedono la luce, e riguadagniamo la nostra vista naturale sul mondo. La speranza è però che questo gesto non cancelli di colpo quanto abbiamo osservato e non getti nell’oblio i risultati del nostro esperimento, ma offra lo stimolo a leggere tra le righe i fenomeni che viviamo: occorre saper scavare dietro ogni accadimento, senza subirne l’irruzione passiva, provando a rintracciarne invece la corrente carsica e mutarne il corso, laddove pericoloso; serve ascoltare il nostro tempo e il nostro mondo, i suoi moniti, le sue sollecitazioni, purificando i segnali e le voci, arrivando al cuore dei problemi. Tornando a casa dopo il nostro peregrinare, la provocatorietà dell’analisi lasci allora spazio ai buoni propositi, l’atto di accusa sia scalzato da un’assunzione di consapevolezza, la nota volontariamente pessimistica venga sconfitta dall’impegno attivo.
Abbiamo attraversato alcune delle regioni calpestate dall’invasione barbarica, portato alla luce la crisi di autorevolezza delle nostre autorità, ribadito come l’arbitrarietà e il desiderio siano divenuti il solo criterio spendibile nell’ampio ventaglio delle umane possibilità. E’ necessario ora rinsaldare le nostre radici comuni, ridare loro linfa e forza vitale, non solo per permettere che resistano agli attacchi (sarebbe troppo poco), ma per renderle affascinanti e credibili, in maniera tale che l’attacco barbarico imploda su se stesso, sconfitto dalla propria infondatezza, e ceda al cospetto della nobiltà dei nostri valori autentici. Lascio con umiltà e speranza ad altre voci la costruzione di possibili itinerari alternativi e costruttivi, in cui attecchiscano, germoglino e fioriscano il recupero di una sana relazionalità e il riconoscimento autentico delle molte autorità che educano e formano le nostre esistenze.
Jean-Jacques Rousseau ha scritto: “L’unione tra debolezza e prepotenza non può che generare follia e miseria”. Parole che indicano uno dei possibili punti di partenza: spezzare l’incontro paradossale e funesto tra identità oramai fragili e deboli, incapaci di riconoscere e rispettare dei modelli, ed ambizioni prepotenti ed egoistiche, dedite alla tutela di verità relative, figlie di una libertà assoluta; evitare di creare una società ingovernabile, perché folle incrocio di strade senza segnaletica, e caotica, perché miseramente condannata all’istante e all’oggi; recuperare la sacralità di un bene comune che non si riduca alla somma dei singoli interessi, ma apra un piano più elevato, ma non per questo meno raggiungibile; costruire alcune decisioni su di una progettualità a lungo termine, che sappia reggere gli urti dei cambiamenti e possa avere il coraggio di alcune sanzioni.
Da vittime dell’orgoglio, della presunzione, della noia e della disperazione a protagonisti di una riscossa; dall’eroicità di alcuni gesti singoli alla condivisione di una risposta matura e comunitaria; dalla tutela del proprio all’affermazione pacifica e autorevole di alcuni valori irrinunciabili: una sfida difficile, ambiziosa e coraggiosa, chiamata a conciliare eccezionalità e fragilità, adesione e protesta, scelta e sacrificio, in nome di qualcosa a cui restare fedeli, che valga più delle nostre individualità e ci renda responsabili di fronte agli altri.

sabato 11 ottobre 2008

Finalmente non liquido

Pubblico un'illuminante analisi di Bauman del difficile momento economico globale e del suo oramai inacrdinato sistema di vita a credito

IL MONDO DROGATO DELLA VITA A CREDITO
Zygmunt Bauman

Tratto da "Repubblica" dell'otto ottobre duemilaotto

Un quotidiano britannico ha pubblicato la storia di un cinquantunenne che ha accumulato un debito di 58mila sterline su 14 carte di credito e finanziamenti vari. Con l'impennata dei costi del carburante, dell'elettricità e del gas non riusciva più a pagare gli interessi.

Deplorando, col senno di poi, la sconsideratezza che lo ha gettato in questa situazione spiacevole se la prendeva con chi gli aveva prestato il denaro: parte della colpa è anche loro, diceva, perché rendono terribilmente facile indebitarsi. In un altro articolo pubblicato lo stesso giorno, una coppia spiegava di aver dovuto drasticamente ridurre il bilancio familiare, ma esprimeva anche preoccupazione per la figlia, una ragazza giovane già pesantemente indebitata. Ogni volta che esaurisce il plafond della carta di credito subito le viene offerto in prestito altro denaro. A giudizio dei genitori le banche che incoraggiano i giovani a prendere prestiti per acquistare, e poi altri prestiti per pagare gli interessi, sono corresponsabili delle sventure della figlia.

C'era un vecchio aneddoto su due agenti di commercio che giravano l'Africa per conto dei rispettivi calzaturifici. Il primo inviò in ditta questo messaggio: inutile spedire scarpe , qui tutti vanno scalzi. Il secondo scrisse: richiedo spedizione immediata di due milioni di paia di scarpe, tutti qui vanno scalzi. La storiella mirava ad esaltare l'intuito imprenditoriale aggressivo, criticando la filosofia prevalente all'epoca secondo cui il commercio rispondeva ai bisogni esistenti e l'offerta seguiva l'andamento della domanda. Nel giro di qualche decennio la filosofia imprenditoriale si è completamente capovolta. Gli agenti di commercio che la pensano come il primo rappresentante sono rarissimi, se ancora esistono. La filosofia imprenditoriale vigente ribadisce che il commercio ha l'obiettivo di impedire che si soddisfino i bisogni, deve creare altri bisogni che esigano di essere soddisfatti e identifica il compito dell'offerta col creare domanda. Questa tesi si applica a qualsiasi prodotto, venga esso dalle fabbriche o dalle società finanziarie. La suddetta filosofia imprenditoriale si applica anche ai prestiti: l'offerta di un prestito deve creare e ingigantire il bisogno di indebitarsi.

L'introduzione delle carte di credito è stata un segno premonitore. Le carte di credito erano state lanciate sul mercato con uno slogan rivelatore e straordinariamente seducente: "Perché aspettare per avere quello che vuoi?". Desideri una cosa ma non hai guadagnato abbastanza per pagarla? Beh, ai vecchi tempi, ora fortunatamente andati, si doveva procrastinare l'appagamento dei propri desideri: stringere la cinghia, negarsi altri diletti, essere prudenti e parchi nelle spese e depositare il denaro così racimolato su un libretto di risparmio nella speranza di riuscire, con la cura e la pazienza necessarie, ad accumularne abbastanza per poter realizzare i propri sogni. Grazie a Dio e al buon cuore delle banche non è più così! Con la carta di credito si può invertire l'ordine: prendi subito, paghi dopo. La carta di credito rende liberi di appagare i desideri a propria discrezione: avere le cose nel momento in cui le vuoi, non quando te le sei guadagnate e te le puoi permettere.

Questa era la promessa, ma sotto c'era anche una nota in caratteri minuscoli, difficile da decifrare anche se facile da intuire in un momento di riflessione: quel perenne "dopo" ad un certo punto si trasformerà in "subito" e bisognerà ripagare il prestito. Il pagamento dei prestiti contratti per non aspettare e soddisfare subito i vecchi desideri, renderà difficilissimo soddisfarne di nuovi... Non pensare al "dopo", significò , come sempre, guai in vista. Si può smettere di pensare al futuro solo a proprio rischio e pericolo. Sicuramente il conto sarà salato. Più presto che tardi arriva la consapevolezza che allo sgradevole differimento dell'appagamento si è sostituito un breve differimento della vera terribile punizione per l'essere stati precipitosi. Ci si può togliere uno sfizio quando si vuole, ma anticipare il diletto non lo renderà più abbordabile... In ultima analisi, sarà differita solo la presa di coscienza della triste realtà.

Per quanto nociva e dolorosa, questa non è l'unica nota in caratteri minuscoli sotto la promessa del "prendi subito, paga dopo". Per evitare di limitare ad un solo prestatore il profitto derivante dalle carte di credito e dai prestiti facili, il debito contratto doveva essere (e così è stato) trasformato in un bene che procuri profitto permanente. Non riesci a ripagare il tuo debito? Non preoccuparti: a differenza degli avidi prestatori di denaro vecchio stile, ansiosi di veder ripagate le somme prestate entro termini ben precisi e non differibili, noi prestatori di denaro moderni e disponibili non ti chiediamo indietro i nostri soldi, bensì ci offriamo di prestartene altri per pagare il vecchio debito e avere un po' di disponibilità (cioè di debito) in più per toglierti nuovi sfizi. Siamo le banche che dicono "sì", le banche disponibili, le banche col sorriso, come diceva una delle pubblicità più geniali.

Quello che nessuno spot diceva apertamente, lasciando la verità ai cupi presagi del debitore, era che le banche prestatrici in realtà non volevano che i debitori pagassero i debiti. Se lo avessero fatto entro i termini non sarebbero stati più in debito, ma sono proprio i loro debiti (il relativo interesse mensile) che i moderni, disponibili (e geniali) prestatori di denaro hanno deciso, con successo, di riciclare come fonte prima del loro profitto costante, assicurato (e si spera garantito). I clienti che restituiscono puntualmente il denaro preso in prestito sono l'incubo dei prestatori. Le persone che si rifiutano di spendere denaro che non abbiano già guadagnato e si astengono dal prenderlo in prestito, non sono di alcuna utilità ai prestatori - perché sono quelli che (spinti dalla prudenza o da un senso antiquato dell'onore) si affrettano a ripagare i propri debiti alle scadenze. Una delle maggiori società di carte di credito presenti in Gran Bretagna ha suscitato pubbliche proteste (che certo avranno vita breve) nel momento in cui ha scoperto il suo gioco rifiutando il rinnovo delle carte ai clienti che pagavano ogni mese il loro intero debito, senza quindi incorrere in sanzioni finanziarie.

L'odierna stretta creditizia non è risultato del fallimento delle banche. Al contrario, è il frutto del tutto prevedibile, anche se nel complesso inatteso, del loro straordinario successo: successo nel trasformare una enorme maggioranza di uomini e donne, vecchi e giovani, in una genìa di debitori. Perenni debitori, perché si è fatto sì che lo status di debitore si auto-perpetui e si continuino a offrire nuovi debiti come unico modo realistico per salvarsi da quelli già contratti. Entrare in questa condizione, ultimamente, è diventato facile quanto mai prima nella storia dell'uomo: uscirne non è mai stato così difficile. Tutti coloro che erano nelle condizioni di ricevere un prestito, e milioni di altri che non potevano e non dovevano essere allettati a chiederlo, sono già stati ammaliati e sedotti a indebitarsi. E proprio come la scomparsa di chi va a piedi nudi è un guaio per l'industria calzaturiera, così la scomparsa delle persone senza debiti è un disastro per l'industria dei prestiti. Quanto predetto da Rosa Luxemburg si è nuovamente avverato: comportandosi come un serpente che si mangia la coda il capitalismo è nuovamente arrivato pericolosamente vicino al suicidio involontario, riuscendo ad esaurire la scorta di nuove terre vergini da sfruttare...

Negli Usa il debito medio delle famiglie è cresciuto negli ultimi otto anni - anni di apparente prosperità senza precedenti- del 22 per cento. L'ammontare totale dei prestiti su carta di credito non pagati è cresciuto del 15%. E , cosa forse più minacciosa, il debito complessivo degli studenti universitari, la futura élite politica, economica e spirituale della nazione, è raddoppiato. L'insegnamento dell'arte di "vivere indebitati", per sempre, è ormai inserito nei programmi scolastici nazionali... Si è arrivati a una situazione molto simile in Gran Bretagna. Il resto dei Paesi europei segue a non grande distacco. Il pianeta bancario è a corto di terre vergini avendo già sconsideratamente dedicato allo sfruttamento vaste estensioni di terreno sterile.

La reazione finora, per quanto possa apparire imponente e addirittura rivoluzionaria per come emerge dai titoli dei media e dalle dichiarazioni dei politici, è stata la solita : il tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di rendere i loro debitori nuovamente in grado di ricevere credito, così il business di prestare e prendere in prestito, dell'indebitarsi e mantenersi indebitato, potrebbe tornare alla "normalità". Il welfare state per i ricchi (che a differenza del suo omonimo per i poveri non è mai stato messo fuori servizio) è stato riportato in vetrina dopo essere stato temporaneamente relegato nel retrobottega per evitare invidiosi paragoni. Lo Stato ha nuovamente flesso in pubblico muscoli a lungo rimasti inattivi, stavolta al fine di proseguire il gioco che rende questo esercizio ingrato ma, abominevole a dirsi, inevitabile; un gioco che stranamente non sopporta che lo Stato fletta i muscoli, ma non può sopravvivere senza.

Quello che si dimentica allegramente (e stoltamente) in quest'occasione è che l'uomo soffre a seconda di come vive. Le radici del dolore oggi lamentato, al pari delle radici di ogni male sociale, sono profondamente insite nel nostro modo di vivere: dipendono dalla nostra abitudine accuratamente coltivata e ormai profondamente radicata di ricorrere al credito al consumo ogni volta che si affronta un problema o si deve superare una difficoltà. Vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare a uno shock e a un trauma quando la disponibilità cessa. Oggi ci viene proposta una via d'uscita apparentemente semplice dallo shock che affligge sia i tossicodipendenti che gli spacciatori: riprendere (con auspicabile regolarità) la fornitura di droga.

Andare alle radici del problema non significa risolverlo all'istante. È però l'unica soluzione che possa rivelarsi adeguata all'enormità del problema e a sopravvivere alle intense, seppur relativamente brevi , sofferenze delle crisi di astinenza.

(Traduzione di Emilia Benghi)

I NUOVI BARBARI 5 – La famiglia e le leggi dell’amore

Vogliamo capire davvero l’intensità e la radicalità di quell’invasione barbarica così generalizzata e diffusa di cui abbiamo provato a tratteggiare alcuni lineamenti? Desideriamo conoscere fino in fondo la pervasività di una crisi che attanaglia il rispetto dell’autorità e cancella ogni autorevolezza che non sia semplicemente quella dettata da una coscienza ripiegata su se stessa e sui propri bisogni?
Facciamo allora come farebbe ogni bravo e serio studioso di laboratorio, prendiamo un campione in provetta della nostra società, guardiamolo attraverso il dettaglio di un buon microscopio, mettiamo a fuoco fino ad arrivare alla sua ultima cellula, quella che ne regola i ritmi, ne conserva il segreto della vitalità, ne permette il battito vitale regolare ed equilibrato: siamo al cospetto della cellula sociale della nostra esistenza, la famiglia. Ecco, se la osserviamo bene, ci accorgiamo che l’imbarbarimento è arrivato fin qui, fino all’interno delle nostre mura domestiche, fin dentro i nostri rapporti privati, personali e parentali, erodendone l’autenticità, mutandone le finalità, tradendone la vocazione.
Omicidi e violenze di figli nei confronti dei genitori, aggressioni e attacchi di genitori nei confronti dei professori dei propri figli: la frequenza e la crescita esponenziale di questi fenomeni quasi rischiano di “appiattire” la radicalità del problema sull’eccezionalità delle sue manifestazioni. In realtà, andando a fondo e oltre l’impatto eclatante delle cronache dei giornali, vi è un sottobosco meno visibile e spesso non raccontato: gran parte dell’iceberg è sott’acqua, pericolosamente indebolito e trascurato, attaccato da un ridiscusso equilibrio tra amore e dovere, tra educazione e libertà, tra privato e pubblico.
La famiglia è una scelta che domanda altre scelte, un dono che genera un dono, un amore che origina amore, una relazione che suscita relazioni, un vincolo che causa vincoli, un impegno che detta impegni: se si assolutizza una soltanto delle sue componenti, se si riduce l’amore a permissivismo, se si cancellano le regole di cui è laboratorio, se si elimina la condivisione che arricchisce le singole esistenze, se si bandisce la sua essenziale dimensione pubblica, la famiglia diviene un vuoto contenitore, formatore di individui ma non di persone, generatore di creature ma non di figli, produttore di licenze e non di educazione. E l’invasione barbarica? C’è, ma non si vede: anzi costituisce una delle chiavi di lettura forse privilegiate per penetrare il meccanismo degenerativo.
I genitori screditano la propria autorevolezza barattando il valore vincolante di alcuni imperativi formativi con una libertà che risulta priva di dighe solide, che pensa di realizzare in automatico un legame di fiducia reciproco, che spesso finisce per mascherare l’aspirazione ad una maggiore libertà per sé; i figli svendono il senso di appartenenza e il vincolo di riconoscenza non appena si imbattono, percorrendo il loro sentiero di crescita, nel “Gatto” dei propri desideri e nella “Volpe” dei propri bisogni; la famiglia non riesce più a “socializzare” l’uomo privato, ad offrire alla comunità servizi e disponibilità e ad equilibrare l’intimità del proprio vissuto con la pubblicità del comune convivere.
Una rete di rapporti che continuamente viene infranta, allontanando tra loro i soggetti, richiudendoli nell’ambizione dell’autorealizzazione e realizzando legami meccanici e funzionali: une rete di rapporti che chiede di essere difesa, rinsaldata e rintrecciata in nome di un amore che è vero e solido solo quando riesce a conciliare gratuità, libertà, impegno e responsabilità.

lunedì 1 settembre 2008

I NUOVI BARBARI 4 - RIPIEGATI SUL PRIVATO

“Chi vive fuori dalla città o è un Dio o è una bestia”. Queste parole di Aristotele, lapidarie ed intense, oltre a tratteggiare un affresco del mondo greco, esprimono, con chiarezza e radicalità, uno dei cardini del pensiero politico classico e, più in generale, di tutto l’occidente: il legame indissolubile tra l’umanità dell’uomo e la sua dimensione politica. La destinazione dell’essere umano, il compimento autentico e pieno della sua natura e delle sue potenzialità, sono eminentemente sociali e politici: di questo tesoro la polis – nella unicità delle sue dimensioni, nell’arcaico rifiuto di donne e schiavi, nella moderna centralità della piazza – è stato il forziere che andava difeso e protetto dall’aggressione dei barbari, dei non-greci, distruttori dell’ordine costituito e portatori di tradizioni inaccettabili.
Sembrerà strano, ma oggi l’invasione barbarica è giunta dentro le nostre città – così asetticamente grandi, così apparentemente inglobanti, così urbanisticamente complesse – e, seppur ben nascosta da una globalizzazione pretesa ma incompresa e da un’apparente onnipresenza della politica, che si rivela solo vano tecnicismo legislativo o retorico, porta con sé un’epidemia latente e strisciante: l’oblio del vero senso della politica e la disaffezione nei suoi confronti, che, “dall’interno”, sta erodendo ogni autorità e promuovendo arbitrarietà. Viviamo infatti un’età in cui la partecipazione alla cosa pubblica ha lasciato spazio al disinteresse nei confronti dell’architettura del nostro convivere; lo spazio in comune si è ritratto e prosciugato, lasciando in secca il terreno di incontro e finendo tristemente con il coincidere con la piccola zolla del nostro privato; il coraggio della responsabilità nei confronti delle generazioni future non trova progetti che superino l’oggi.
Vale allora ancora, per noi, quel fatto, così evidente a chi consideri la storia degli eventi e quella delle idee, che l’uomo è un animale politico?
Se volessimo disegnare la planimetria del nostro vivere in comune, rispettando la profondità e la tridimensionalità che il suo volume integrale richiede, avremmo bisogno di indicare principalmente tre assi, sui quali declinare una possibile risposta: il legame sociale, le istituzioni, le leggi. Provando però a cucire addosso alla nostra società questo modello ideale, ci accorgeremmo ben presto che le tre coordinate di cui sopra scricchiolano e vacillano nel tentativo di inglobare una densità di fenomeni che al tempo stesso le traboccano e più in generale trascurano la dimensione politica del nostro esistere: il legame sociale non è ritenuto gratificante e costituivo; le istituzioni sono considerate opprimenti e limitanti; le leggi hanno perso l’ambizione all’universalità, divenendo malleabili a seconda delle esigenze di ognuno. Si desiderano garanzie e tutele, ma non si accetta responsabilmente di mettersi in gioco; si esigono beni e diritti, ma non si è disposti a lavorare per un bene che sia il più ampiamente e sostanziosamente comune; si pretendono protezione ed assistenza, ma si vuole essere liberi di compiere ciò che si vuole.
La vocazione politica non appartiene più ad individui disamorati della condivisione perché indifferenti ai doveri, lontani dalla progettualità perché ancorati al presente, privi di riferimenti autorevoli perché capaci di ascoltare solo il metro soggettivo della produttività, anche in politica: una rivoluzione barbarica che si nutre di una tradizione lunga secoli, delegittimando istituzioni e regole, lasciando sul campo della sua battaglia subdola e silenziosa le sembianze vane di una politica ridotta a vuoto contenitore e le mutazioni degenerative di una natura umana attenta solo ai propri desideri.

martedì 10 giugno 2008

Prodi cristiano adulto

Pubblico un articolo apparso su Repubblica il 7 giugno che rende bene l'idea del trattamento che la Cei ha riservato al centro-sinistra prodiano.

Lo sfogo dell'ex premier per il difficile rapporto con la Conferenza episcopale
"Ho avuto l'impressione di scontrarmi con un'opposizione politica"
Prodi: "I leader della Cei sempre contro di me"

di MARCO MAROZZI

ROMA - "Dissi di essere un cattolico adulto. La frase non mi è stata mai perdonata. Con la presidenza della Conferenza episcopale, ho avuto l'impressione di scontrarmi con un'opposizione politica". Romano Prodi cerca di organizzare la sua vita da ex, ma rivive ancora con amarezza il rapporto con uno degli interlocutori a cui teneva di più. La Chiesa cattolica. Le sue difficoltà terribili come capo di un governo di centrosinistra le ha raccontate anche a La Croix, il più grande quotidiano cattolico francese. "Mai sono stato intervistato dall'Avvenire, il giornale italiano di ispirazione cattolica, mentre La Croix mi ha dedicato due pagine nel maggio 2007".

Prodi non è mai stato intervistato non solo dal giornale della Cei, nemmeno - a differenza di Silvio Berlusconi - dall'Osservatore Romano. Organo della Santa Sede.
Le differenze volute bruciano sulla pelle del professore cattolico che il 31 maggio ha festeggiato i 39 anni di matrimonio, padre di due figli, nonno di quattro nipoti. Ha scritto un suo amico dagli anni di Reggio Emilia, Raffaele Crovi, cattolico, intellettuale anche democristiano, in "Nerofumo", profetico romanzo poco prima della morte: "Perché la Curia Vaticana, ai politici cattolici praticanti e osservanti dei comandamenti, preferisce i politici laici, magari puttanieri, ma osservanti".

E Crovi, vaticinando la caduta del governo Prodi, fa rispondere a un monsignore: "Perché i cattolici praticanti, ritenendosi parte della Chiesa, mettono bocca nelle scelte delle autorità ecclesiastiche, mentre i laici, senza far domande, mettono mano alla borsa".
Prodi, che il libro ha ricevuto, scansa i rimandi. Né parla di politica italiana. "Aspettiamo che il polverone si fermi" dice ai pochi fedelissimi superstiti. "Coerenza e discrezione" ripete, sono il suo atteggiamento rispetto alla Chiesa. A La Croix - fra un cenno all'unica udienza da Benedetto XVI e un affettuoso dilungarsi sugli incontri con Giovanni Paolo II - ha raccontato l'amarezza "soprattutto per le critiche delle gerarchie cattoliche quando adottai provvedimenti in favore degli esclusi". "Telefonai anche per dir loro che prima comunque non c'era niente. Non mi hanno risposto".

Rapporto di spine con Camillo Ruini, l'allora presidente della Cei e rimasto potentissimo, anche se da un anno la Conferenza è guidata da Angelo Bagnasco. Il reggiano Ruini fece conoscere e sposò Prodi e Flavia, né fu assistente, ma ruppe per sempre quando, dopo il crollo della Dc, chiese all'allora discepolo di guidare la rinascita di un partito cattolico. Ottenendo un rifiuto da colui che già pensava all'Ulivo. Prodì rivendica quel "cattolico adulto" con cui si definì quando andò a votare nel referendum sulla fecondazione assistita. Non rispettando - pur votando da cattolico osservante - la chiamata di Ruini all'astensione. Richiamandosi piuttosto a De Gasperi che disobbedì a Pio XII che voleva l'alleanza Dc-Msi al Comune di Roma.

I NUOVI BARBARI 3 – “I CARE”

Circa una cinquantina di anni fa, in un piccolo borgo di montagna, sconosciuto e quasi irraggiungibile, un priore determinato e sanguigno inizia a radunare alcuni giovani ragazzi delle campagne in una stanza della sua nuova canonica: nasce la scuola di Barbiana – senza luce, cattedra, lavagna e banchi – e una rivoluzionaria esperienza pedagogica e culturale. Appena qualche giorno fa, nelle milioni di televisioni che arredano le nostre case, si è sentita raccontare la storia di un genitore che ha aggredito il preside di un istituto, il quale si era “macchiato” della tremenda colpa di sequestrare il telefonino – con fotocamera, suonerie polifoniche, lettore mp3 – a suo figlio: muore, sotto l’ennesimo colpo, una stanca idea di scuola ed un’arrugginita istituzione pedagogica.
La provocazione permette di accostare due estremi e farne vibrare le corde: che tipo di cambiamento può esserci stato, a cavallo di questi due episodi, tanto da passare dall’urgenza alfabetismo all’urgenza bullismo, dall’esigenza di insegnare l’arte dello scrivere e del parlare a quella di debellare continui casi di violenza verbale e non solo, dalla scuola privilegio di pochi alla scuola obbligo disinteressato di tutti? Una vera e propria invasione barbarica, che ha portato con sé disimpegno, disillusione e distruzione di ogni gerarchia: dall’autorità del preside all’autorevolezza degli insegnanti; dal prestigio del sapere al valore dell’apprendere.
In quella piccola stanza di Barbiana, don Lorenzo Milani – di cui ricorrono quest’anno i quarant’anni dalla morte – in una parete aveva fatto scrivere “I care”, ovvero “mi interessa, mi sta a cuore”; nelle molte aule tecnologiche delle nostre scuole, dove le lavagne iniziano a cedere il posto ai computer e i cellulari costituiscono spesso l’unico strumento di comunicazione, l’interesse scompare, annientato da individualità oltraggiosamente in grado di lasciarsi scorrere addosso tutto, senza appassionarsi a nulla.
E proprio l’”interesse” è forse una delle tante possibili chiavi di interpretazione che permettono di collocare questi fenomeni degenerativi, che coinvolgono la scuola, nella cornice più ampia della crisi delle autorità. Tutti i dizionari ne parlano fondamentalmente in tre sensi: l’interesse come passione ed impegno; l’interesse come condivisione e partecipazione; l’interesse come tornaconto personale. Ebbene, i molti casi che negli ultimi mesi ci hanno raccontato di bulli e sconcezze rivelano in realtà una sporgenza dell’ultima accezione sulle prime due: una crisi, cioè, dello stare insieme (inter-esse) e della dedizione (interessamento) e una preminenza totalizzante del mero “libertino” vantaggio egoistico. Si assiste così al frantumarsi del valore pedagogico e formativo dell’insegnante e della piccola comunità che è la classe, embrionale occasione per sperimentarsi in relazione con gli altri; il coinvolgimento di tutti cede alla convenienza di ognuno; la condivisione di un progetto di crescita è sconfitto da una fasulla e fittizia tutela del singolo; il professore perde la propria aurea sacrale, tanto da divenire complice nel vizio o vittima nell’oltraggio; i genitori scarnificano la concezione di ciò che è bene per i propri figli, la cui maturazione non passa più attraverso il rispetto di alcuni doveri, quanto piuttosto per il sempre più ampio diritto a tutto.
Un giovane studente napoletano ha recentemente inviato un messaggio ai quotidiani, rivendicando l’attenzione per la buona “scuola che c’è”, chiedendo di non far vincere la “non scuola” spettacolarizzata dai media: ma tutti gli altri che cosa sarebbero oggi in grado di scrivere nella loro moderna e tecnologica “lettera ad una professoressa”?

martedì 29 aprile 2008

I NUOVI BARBARI 2 – Il potere dello sport

Fino a qualche tempo fa la parola “sport” risuonava con una leggerezza non gravata di troppe responsabilità, ma felice della sua dimensione giocosa; oggi ha le spalle stanche, cariche di interessi e della ricerca senza scrupoli del massimo profitto. I suoi due sistemi circolatori – quello arterioso, che ne ossigena la valenza virtuosamente agonistica, culturale, pedagogica; quello venoso, che porta il peso di una vera e propria economia industrializzata – ne complicano l’esistenza e ne rendono stentata la sopravvivenza: lo sport nutre grandi passioni, ma muove miliardi; insegna a soffrire per un obiettivo, ma ossessiona per una vittoria; educa alla vita, ma esaspera la competitività.
Proviamo allora a vedere se il giochetto dei barbari, che ci siamo inventati come esperimento per capire i nostri tempi, funziona anche in questa cornice complessa e fragile e vale per una dimensione della nostra esistenza che sembra relegata al tempo libero, ma che in realtà ne investe una più ampia porzione. Costretto, e me ne scuso, a generalizzare un po’ (finiranno nello stesso calderone il totem sacro del calcio con le altre mille discipline), l’esperimento vuole però guardare allo sport in genere come allo specchio di una situazione culturale più ampia e pensarlo come provetta attendibile per esaminare lo stato della società e verificarne la crisi delle autorità, come in fondo ci siamo prefissi.
Avete fatto caso a quale crescita esponenziale di esoneri degli allenatori stiamo assistendo? Dal calcio alla pallavolo, passando per i mille rivoli delle altre discipline, la figura dell’allenatore sta indubbiamente attraversando una fase di crisi: da autorità autorevole a calamita di ogni male, da capo del gruppo a capro espiatorio, da bagaglio formativo a bersaglio di giocatori che spesso non sono più in grado di ascoltare, lavorare, sacrificarsi e scoprono che è più semplice gettare a mare il comandante che rispettare le regole della navigazione.
Avete mai assistito ad una gara di giovanissimi sportivi in erba? Siete rimasti forse attoniti di fronte ai comportamenti di genitori esasperati ed esasperanti che testimoniano con le parole – e spesso non solo – una totale e radicale mancanza di rispetto nei confronti dell’arbitro? Quel medesimo spregio del senso del limite che sta alla base dei tanti casi di doping è la medesima causa di un doping pedagogico che non permette di accettare un errore umano e che impedisce il rispetto di chi in campo deve far osservare regole e virtù.
Avete per caso sperimentato come le curve degli stadi abbiano perso l’identità di luogo organizzato di passione e colore per divenire espressione di un’anarchica violenza? La figura storica del capo ultras nasce per “governare” animi “innamorati” di una squadra, mentre oggi non ha più la capacità di organizzare niente, perché giovani schegge impazzite non trovano nulla di sensato nell’ascoltare chi ha più esperienza di loro.
Tre casi banali, sicuramente diversi, forse volutamente radicali, ma senza dubbio emblematici, che offrono uno spettro ampio per rintracciare, anche nello sport, quell’invasione barbarica che spazza via ogni obbligo nei confronti degli altri e di se stessi, abbattendo le differenti figure che domandano rispetto e obbedienza: il vuoto di autorevolezza diviene il buco nero in cui trovano spazio il tradimento dell’idea stessa di sport (e quindi la capacità di formare ed educare se stessi nella propria integralità), la barbarie di un successo ad ogni costo (violentando i propri limiti e il valore dell’avversario) e la deriva individualistica di una autoreferenzialità che ha perso la propensione al sacrificio, al rispetto, all’apprendimento.

Rappresentare un'idea e non numeri

“Il problema degli altri è uguale al mio.
Sortirne tutti insieme è la politica.
Sortirne da soli è l’avarizia”
(Don Milani)


In una delle puntate pre-elettorali de “Le Invasioni barbariche”, all’interno del solito suo piccolo spazio, Vittorio Zincone, forse in una delle migliori cartoline di presentazione, finiva per tratteggiare un quadretto acutamente allegorico e realisticamente simbolico sulla nuova avventura veltroniana del Partito Democratico e così concludeva: “Per rappresentare gli interessi dei vari segmenti sociali deve esserci per forza qualcuno di esterno alla politica e di interno a quei mondi? Ma non è che in questo modo diamo l’idea che nell’Italia moderna nessuno è in grado di rappresentare altro che se stesso?”.
Provando a prendere sul serio una questione di spessore che in un’agenda politica tutta centrata sui bisogni e non più sulle architetture, dettate da una quotidianità sempre più pressante e soffocante, rischia di apparire esercizio di pura accademia, viene da declinare tali punti interrogativi su due piani: il primo legato all’orizzonte più ampio e nazionale della nostra politica; il secondo correlato ad una delle sue novità principali, ovvero, per l’appunto, il Partito Democratico.
Mi preme davvero però evitare innanzitutto due fraintendimenti: la lettura antipatica e “spocchiosa” di chi per “contro-tendenza forzata” si stacca dal coro multiforme dell’anti-politica e prova a difendere “il” politico; quella ingenua e “sciacallesca” di chi analizza un risultato complesso e negativo (completatosi con i ballottaggi di qualche giorno fa), finendo per puntare il dito e cercare i classici capri espiatori.
Ed allora procedo.
Primo punto: la politica chi rappresenta?
Certamente l’apertura ad ampi settori della società civile, pur ingabbiata nelle maglie costrittorie delle liste chiuse volute da questa legge elettorale, ha regalato un passo avanti verso la democrazia (la tanto odiata “casta” ha guardato finalmente al mondo fuori dal palazzo e lo ha arruolato); ma ciò, alla lunga, non rischia però di accelerare una deriva che renderà presto o tardi la presunta cura un veleno subdolo? Se infatti un simile passo lo si compie appiattendo verso il basso la progettualità, riducendo ad una somma algebrica il tentativo di far riportare i conti, non si rischia definitivamente di s-cadere in una visione tecnicistica e industrialistica della politica? E cioè: se finalmente il politico di professione ha deciso di arricchirsi delle braccia e delle menti provenienti dalla vita quotidiana e queste ultime hanno voluto entrare nell’agone politico, è il caso che entrambi lo facciano provando a rappresentare interessi più alti, e non solo propri (che è ed è stato l’unico vero grande male della politica italiana e non solo); se una mentalità “manageriale” può apportare in termini di risultati e pianificazione un surplus di efficienza, non vorrei che ciò significasse avere una politica ridotta alla somma aritmetica dei singoli interessi, incollati dalla prospettiva comune di risolvere grane quotidiane e non più cementati dal comune orizzonte valoriale che unisce la nostra generazione a quelle passate e a quelle successive (nonché ridurre la sacralità delle cariche istituzionali al servizio di un’operatività del governo che finisce per spazzare via gerarchie e garanzie).
Morale della favola: temo che rappresentare se stessi sia pensare a se stessi; non essere in grado di rappresentare gli altri voglia dire non volerli aiutare: eccoci qua, di fronte al terrore che la politica viva un rigurgito di egoismo autoreferenziale, vittima delle reggenza oltre il limite di supplenti che sono divenuti titolari della cattedra a causa di titolari in congedo a cui è piaciuto più del lecito. La politica è un progetto di vita e di società non centrata su se stessi, ma sugli altri; ridurre la politica all’autoreferenzialità del risultato è farle violenza; il politico è così ridotto a funzionario, la politica a funzione, la rappresentanza ad acquisizione, la cittadinanza a mercato.
Secondo punto. Il Partito Democratico che cosa ha rappresentato?
Certamente l’apertura di un’ampia, importante e ambiziosa nuova strada, indubbiamente la semplificazione del panorama politico italiano, senz’altro un progetto alto rattrappito dalla tempistica di una campagna elettorale improvvisa e rapida. Ma ora più che mai, sconfitta alla mano (e alcune non trascurabili note liete da ricordare), sarebbe il caso che si desse il tempo fisiologico per decidere quale progetto di società vuole rappresentare e chi vuole rappresentare: si è fatto qualche calcolo nel periodo pre-elettorale, che ha dato l’idea di mettere insieme intercettatori di voti più che calamite di idee; si rischia di fare vecchi calcoli ora, con il solito imperativo del “contiamoci” che ha il sapore scaduto della politica stantia. Non c’è da contare un bel niente, c’è piuttosto da realizzare un’idea di paese che è ben presto raffigurabile e non conflittualmente ampia: abbattere la logica del ”mio, ora e subito”. La politica è architettura, disegna il futuro e prende spunto dai modelli del passato, usando l’oggi solo come occasione di progetto: evitare di avere un pantheon di riferimenti e guardare a ciò che oggi può produrre il mio orticello è condursi progressivamente all’isolamento e all’aridità.
E’ questa la vera sfida del Partito Democratico da domani: non cedere a reflussi di vecchia politica e finalmente provare a costruire un’idea di società che funga realmente da catalizzatore per chi voglia rappresentarla, indipendentemente da chi rappresenta, e per tutti coloro che devono essere risvegliati dal torpore dell’egoismo e dall’autoreferenzialità. Conta cosa si rappresenta e non chi; semplicemente perché se si sceglie la prima e se ne dimostra il valore si può essere esempio, modello e governo per molti, mentre se si sceglie il secondo si è sempre inevitabilmente scissi e ricattabili: l’idea da realizzare coinvolge e offre una soluzione, il bisogno da soddisfare crea conflitto e divide. Il vero obiettivo, elevato e prezioso, che non si può svendere al miglior offerente di voti e ricatti elettorali e che non merita di essere assassinato sull’altare della sconfitta, diventa allora quello di distogliere l’Italia da una deriva individualistica montante, che non deve essere inoculata nei meccanismi della democrazia: una sfida che, per parafrasare Franco Vaccari, deve essere personale e comunitaria. “Se solitaria è populista, se corale è politica” (F. Vaccari, Portici, Politica vecchia e nuova passione, AVE, Roma 2007).

venerdì 28 marzo 2008

I NUOVI BARBARI 1 – La crisi delle autorità

Ripubblico una serie di articoli usciti su "La Voce delle Marche" l'anno passato, che prendono spunto dall'idea baricchiana o baricchesca, fate voi, de "I Barbari" e dedicati ad alcuni luoghi di crisi, oggi, dell'autorità. Ecco il primo.


Fermiamoci, congeliamo ogni nostra urgenza e ascoltiamo, magari giusto un secondo, il tempo in cui viviamo e il mondo in cui abitiamo: quanti mutamenti trascurati e ingovernati! Mille flussi costeggiano le nostre vite senza che ce ne accorgiamo o decidiamo di gettarci uno sguardo responsabile: queste righe – e le prossime che seguiranno per qualche settimana – nascono proprio dal tentativo di intercettarne almeno uno, per provare a riflettere su qualcosa di non così trascurabile, che ci dovrebbe interrogare e che colpevolmente, invece, ci lascia indifferenti – almeno così sembra.
Da qualche giro di Terra attorno al Sole a questa parte siamo costretti, volenti o nolenti, ad assistere ad un evidente “imbarbarimento” dei sentimenti, delle regole, delle libertà, dei diritti del nostro convivere (per fare due esempi: impiccagioni orgogliosamente trasmesse on line, quando non lo sono in tv, e morbosamente ricercate; guerriglie urbane e uccisioni dentro e fuori un campo di calcio, per non parlare di un disdegno pubblico di cui le logiche economiche dettano cadenze e modi); allo stesso tempo, da quando il “virus” dell’idea si è diffuso (chissà il primo che lo ha messo in circolo, chissà quanto durerà), qualcuno, con occhi diversi, sta facendo ricorso, con continuità, proprio alla figura dei “barbari” per dipingere i profondi tratti di cambiamento che connotano il nostro tempo (dalle invasioni barbariche cinematografiche e televisive, ai barbarici sommovimenti, più o meno tellurici, raccontati da Baricco, Mura, Veneziani).
Impressionato da tale coincidenza e convinto che la metafora barbarica abbia tutti i requisiti per raffigurare molti dei fenomeni che stanno “raffreddando” le nostre vite, vorrei provare a trovare l’ennesimo sintomo di una nuova invasione, di cui siamo al tempo stesso vittime e protagonisti. Senza pessimismi o presunzioni di sorta, si potrebbe infatti leggere gran parte degli eventi che troviamo sui giornali sotto la luce di un unico comune denominatore: la mancanza quasi assoluta di rispetto dell’autorità costituita e legittima; oppure, detto in altro modo, la perdita, quasi irreversibile, di autorevolezza da parte di ogni autorità.
Dal professore al genitore, dalla forza dell’ordine al capo ultras, dal politico alla legge scritta, dalla tradizione alla norma morale: la nostra società sta progressivamente dimenticando il ruolo formativo e vincolante di alcuni imperativi, la cui legittimazione diviene arbitraria; il desiderio muta in diritto; la libertà nasconde la licenziosità; la verticalità sana di alcune relazioni viene scalzata da una orizzontalità che annulla la profondità di piani. Il barbaro è originariamente colui che parla un idioma diverso e porta con sé un insieme di tradizioni inaccettabili: chi viene da lontano e incute terrore; oggi il barbaro è colui che non accetta più il sistema di autorità che lo ha formato e si ribella ad esso: chi vive nella medesima società in cui è nato ma ne rifiuta i principi, divenendo straniero nel proprio paese, a causa di una “lingua” selvaggia che si fa fatica a comprendere.
Inizia allora qui un viaggio in cinque tappe, che non vuole avere l’onore di trovare ricette, quanto l’onere di individuare un problema e raffigurarne le molteplici declinazioni e derive, senza paure, seppur con un vivo senso di allerta: a voi decidere se e a che punto salire a bordo.

Luca Alici

venerdì 29 febbraio 2008

E' tanto difficile essere pensanti?

Enzo Bianchi, La Stampa (24 febbraio 2008)
I CRISTIANI E LA POLITICA

Vent'anni dopo la scomparsa del «partito dei cattolici» e l'inizio della loro diaspora in diversi spazi politici privi dell'esplicita denominazione di «cristiani», sembra oggi riemergere la domanda se non sia necessario in qualche misura - senza per questo ripetere vecchie architetture - che i cattolici si ritrovino collocati in una precisa formazione che abbia anche il coraggio di autodefinirsi in un nome e in un simbolo.
Oggi non è purtroppo il tempo, ma mi auguro che un giorno si possa fare una lettura pacata e consapevole della presenza dei cristiani, e dei cattolici in particolare, nella politica italiana, soprattutto nei decenni del dopoguerra, e nutrire fierezza per l'apporto che essi hanno dato all'idea e alla costruzione dell'Europa, allo sviluppo della democrazia nel nostro paese, all'affermarsi di principi legati alla difesa e alla promozione della persona umana, alla prassi di una laicità nella politica anche nell'Italia «cattolica» di quegli anni. Occorre tuttavia riconoscere come la nuova situazione, che vede la presenza di cattolici in partiti diversi, può essere colta positivamente per la vita ecclesiale e anche per quella sociale, ma resta vero che i cattolici non sono riusciti ad avere una voce capace di mostrare la loro «differenza» e la convergenza della loro ispirazione.
Va riaffermato che i cristiani vivono nel mondo come gli altri uomini, sono cittadini come gli altri, devono essere responsabili della costruzione della polis come tutti gli altri: non è loro concesso di disertare dalla città, né di fare una «fuga mundi» disinteressandosi dell'evoluzione del vivere civile, ma con creatività, intelligenza e competenza devono prendere parte alla realizzazione di una società in cui crescano l'umanizzazione e la qualità della convivenza.
I cristiani però - proprio perché il loro «Dio è un'idea politica», come ricorda il grande teologo J.B. Metz - possiedono una determinata visione del mondo e dell'essere umano, hanno delle convinzioni che non vanno assolutamente relegate nell'intimo o nel privato, ma che, in una società pluralista, devono essere presenti e ascoltabili nello spazio pubblico, sociale e politico. La fede cristiana che confessa un Dio che si è fatto uomo, storia degli uomini, non può accettare di non contribuire a plasmare la vita sociale e la cultura degli uomini: senza rivendicare una superiorità rispetto al contributo di altre componenti religiose, filosofiche o ideologiche, senza chiedere privilegi o ascolti discriminanti, i cristiani vogliono e devono poter esprimere le loro convinzioni nello spazio pubblico e politico e poter di conseguenza lavorare a servizio dell'umanità. Essi sono coscienti che ciò che viene chiesto dalla loro fede è sempre umanizzazione, difesa della dignità umana, promozione della giustizia, della pace e della riconciliazione.
Ma noi oggi assistiamo a grandi difficoltà e a grandi tensioni proprio su questa presenza: a differenza delle altre religioni monoteistiche, il cristianesimo ha progressivamente elaborato, pur con fatica e non senza contraddizioni storiche, una distinzione tra fede e politica, tra autorità politica e autorità spirituale, ritornando alle parole autoritative di Gesù riguardo al dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. Sembrerebbe quindi che lo statuto della collocazione dei cristiani nella polis sia chiaro, ma in realtà oggi appare più confuso che mai: anche per questo forse qualcuno pensa all'ipotesi di un partito che raccolga i cattolici (anche se ormai non più presente in alcuna società occidentale) in modo da ridare eloquenza ed efficacia ai credenti impegnati nella politica.
Comunque il fenomeno della diaspora appare irreversibile e quindi ci chiediamo come possono i cattolici, senza l'inquadramento in un proprio partito, essere ciò che devono essere? Già all'epoca della fine del partito dei cattolici, consapevole delle difficoltà e dei vuoti che avrebbero potuto aprirsi, avanzai una proposta che però non venne presa in seria considerazione né tanto meno attuata. Non mi pare fuori luogo riproporla ora: si tratterebbe di istituire nello spazio ecclesiale, a livello regionale come a quello nazionale, un forum, un luogo in cui i semplici cristiani e i pastori - dunque le figure rappresentative della chiesa - potessero confrontarsi, riflettere, dibattere sui differenti temi che emergono nella società e sui quali diventa prima o poi necessario un intervento legislativo da parte dello stato. Sarebbe lo spazio per un convenire organico dei credenti, una assemblea in cui fare soprattutto opera di discernimento dei problemi, delle situazioni critiche, delle urgenze presenti nella polis, per verificarle alla luce del vangelo e per smascherare al contempo gli «idoli» che troppo facilmente seducono anche i cristiani.
Insomma, un'assemblea di credenti, ecclesiale nella sua natura e qualità, che insieme cercano, riflettono, discutono e cercano di giungere a una convergenza sulle esigenze dettate dal vangelo in un determinato luogo e tempo della storia degli uomini. Da lì potrebbe emergere ciò che un cristiano deve testimoniare e operare nel mondo, in conformità alla sua fede e alla «differenza cristiana». Ma, va ribadito con chiarezza, tutto questo percorso deve restare nell'ambito pre-politico e pre-economico, non deve cioè giungere a esprimere soluzioni tecniche. Amo definire questo spazio - difficile da creare e custodire, ma preziosissimo - come «profetico» perché in esso il linguaggio usato è quello della fede, l'autorità invocata è quella del vangelo e della grande tradizione, il magistero ascoltato in materia di fede e di morale è quello dei pastori della chiesa. «Spetta alle comunità cristiane - scriveva Paolo VI nella mai abbastanza ricordata Octogesima adveniens - analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del vangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell'insegnamento sociale della chiesa».
Da uno spazio di questo tipo ogni cristiano è rinviato alla sua responsabilità di cittadino e alla sua eventuale collocazione politica, affinché lì operi secondo l'ispirazione del vangelo: i modi e le soluzioni tecniche per tradurre queste ispirazioni stanno nell'ambito della politica, dell'economia, del diritto e, come tali, ricadono sotto la responsabilità del singolo credente-cittadino. Questi, allora, agirà non più nell'ambito profetico pre-politico, ma si impegnerà in prima persona in politica, liberando così, tra l'altro, le figure rappresentative della chiesa, i pastori, da accuse di ingerenze politiche nella società ed evitando di creare divisioni nella comunità cristiana. È in questo senso, credo, che il concilio, cui ci riferiamo sempre volentieri, diceva: «È di grande importanza, soprattutto in una società pluralista, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori» (Gaudium et spes 76,1).
Ritengo che in questo modo i cattolici non sarebbero afoni, né confusi o contraddittori nelle loro scelte, mostrerebbero la convergenza e la forza dell'ispirazione evangelica, ma anche la pluralità delle scelte politiche ed economiche di cui si assumerebbero la responsabilità senza coinvolgere le figure rappresentative ecclesiali che non hanno competenza in materia. Si andrebbe verso una chiara distinzione degli ambiti di operazione come dei soggetti operanti e, al contempo, verso una unità nell'ispirazione e quindi nella testimonianza della «differenza cristiana».
La chiesa non può lasciarsi chiudere nel particolarismo stretto dei movimenti politici che magari rivendicano un'impropria esclusiva. Così scriveva ancora Paolo VI: «Nelle situazioni concrete e tenendo conto delle solidarietà vissute da ciascuno, bisogna riconoscere una legittima varietà di opzioni possibili. Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi… ciò che unisce i fedeli è, in effetti, più forte di ciò che li separa». Sì, nessun partito può dire di essere l'unico depositario del messaggio cristiano in una società pluralista animata da progetti politici in concorrenza, i quali non potrebbero che trarre beneficio da un confronto serio con la «differenza cristiana» resa eloquente da cattolici responsabili e impegnati.

sabato 2 febbraio 2008

Tacere non è rispetto

Riporto, trascritto, e quindi tagliato - visto che non se ne trova ancora una versione "informatica" - uno degli "schiaffi buoni" di Don Milani, da meditare

«L’opinione pubblica attribuisce ai cattolici di destra lo strano privilegio d’apparire quelli che viaggiano sul sicuro saldamente agganciati alla roccia della Chiesa […] Le cose non sono così semplici. La via che conduce alla Verità è stretta e ha da ambo i lati precipizi. Esistono eresie di sinistra ed eresie di destra. Il fatto che qualche importante cardinale penda verso le eresie di destra non dà ad esse patente di ortodossia. Siamo nella Chiesa apposta per sentirci serrare dalle sue rotaie che ci impediscono di deviare tanto in fuori che in dentro […] Se questa tranquillità la Chiesa non ci potesse dare non meriterebbe davvero star con lei. Si potrebbe andare a brancolare nel buio della libertà come i lontani. Così stando le cose io non mi spiego come voi cattolici di sinistra siate ancora tanto timidi di fronte ai cardinali. Forse è che mancate di quadratura teologica […] Esigete dunque un trattamento di parità. Siete figlioli devoti della Chiesa voi e loro, per quanto dissenzienti loro da un cardinale voi da un altro […] La Dottrina dice che il Papa è infallibile. Eretico è chi lo nega ed eretico è chi estende ad altri questo attributo. Non vedo poi argomenti per attribuire maggior dignità all’eresia per eccesso che a quello per difetto. Cattolico è dunque chi si ricorda che i cardinali e i vescovi son creature fallibili. Eretico chi mostra per loro un rispetto che travalica i confini del nostro Credo. Caso mai, se proprio una distinzione si volesse fare ci sarebbe solo da dire che tra due tendenze egualmente ereticali, l’eresia per eccesso ha l’aggravante d’essere ostacolo al ritorno dei lontani. Si può avvicinarsi alla Chiesa se essa con rigore dogmatico chiede al neofita solo ciò che ha il diritto di chiedergli. Non a una Chiesa in cui si debba sottostare giorno per giorno alle opinioni personali e agli umori di ogni cardinale. Noi la Chiesa non la lasceremo perché non possiamo vivere senza i suoi Sacramenti e senza il suo Insegnamento. Accetteremo da lei ogni umiliazione […] ma ce lo dovrà dire il Papa con atto solenne che ci impegni nel Dogma […] E fino a quel giorno vivremo nella gioia della nostra libertà di cristiani. Criticheremo vescovi e cardinali serenamente visto che nelle leggi della Chiesa non c’è scritto che non lo si possa fare. Il peggio che ci potrà succedere sarà d’essere combattuti da fratelli piccini con armi piccine di quelle che taglian la carriera. Ma son armi che non taglian la Grazia né la comunione con la Chiesa. Il resto tenteremo di non contarlo. […] Criticheremo i nostri vescovi perché vogliamo loro bene. Vogliamo il loro bene, cioè che diventino migliori, più informati, più seri, più umili. Nessun vescovo può vantarsi di non aver nulla da imparare. Ne ha bisogno comme tutti noi. Forse più di tutti noi per la responsabilità maggiore che porta e per l’isolamento in cui la carica stessa lo costringe. E non è superbia voler insegnare al vescovo perché cercheremo ognunoi di parlargli di quelle cose di cui noi abbiamo esperienza diretta e lui nessuno. L’ultimo parroco di montagna conosce il proprio popolo, il vescovo quel popolo non lo conosce. L’ultimo garzone di pecoraio può dar notizie sulla condizione operaia da far rabbrividire dieci vescovi non uno. L’ultimo converso della Certosa può aver più rapporto con Dio che non il vescovo indaffaratissimo. E il vescovo, a sua volta, ha un campo in cui può trattarci tutti come scolaretti. Ed è il Sacramento che porta e quelli che può dare. In questo campo non possiamo presentarci a lui che in ginocchio. In tutti gli altri ci presenteremo in piedi. Talvolta anche seduti e su cattedre più alte della sua. Quelle in cui Dio ha posto noi e non lui. L’ultimo di noi ne ha almeno una di queste cattedre e il vescovo davanti a lui come uno scolaretto. E qualche volta, credimi, c’è bisogno urgente di trattarlo così! Non è forse come un bambino un cardinale che ci propone a esempio edificante un regime come quello spagnolo? Non c’è neanche da arrabbiarsi con lui. Diciamogli piuttosto bonariamente che non esca dal suo campo specifico, che non pretenda di insegnarci cose di cui non ha nessuna competenza. Non l’ha di fatto e non l’ha di diritto. Ne riparli quando avrà studiato meglio la storia, visto più cose, meditato più a fondo, quando Dio stesso gliene avrà dato grazia di stato. Oppure non ne parli mai. Non è da lui che vogliamo sapere quale sia il tenore di vita degli operai spagnoli. Son notizie che chiederemo ai tecnici. Di lui in questo campo non abbiamo stima. Lo abbiamo anzi sperimentato uomo poco informato e poco serio. La vita di un vescovo! Io ne so poco, ma me la posso immaginare perché conosco qualche sacerdote importante e anche qualche grosso militare e qualche grosso primario di ospedale. Parallelo al crescendo di importanza un crescendo di isolamento […] Passa per il mondo senza toccarlo. Non abbastanza alto per essere illuminato dal Cielo. Non abbastanza basso per insozzarsi la veste o per imparare qualcosa. Fa errori puerili, s’intende di tutto, giudica la storia, la politica, l’economia, le vertenze sindacali, il popolo con la beata incoscienza di un infante, con l’innocente pretenziosità del generale di armata o del contadino di montagna. È appunto come il generale di armata e come il contadino di montagna un uomo cui nessuno fa scuola. Un infelice. E tanto più è un infelice per il fatto che nel frattempo perfino i laici cattolici hanno aperto un po’ di occhi. Loro che il muro di incenso non proteggeva dai morsi della storia [...]. Un prigioniero bisogna aiutarlo e liberarlo, e tanto più quando è prigioniero il nostro padre. se non gli sbraneremo il muro di carta e non gli dissolveremo il muto di incenso Dio non ne chiederà conto a lui ma a noi. Ci toccherà rispondergli di sequesetro di persona» (continua…)

sabato 26 gennaio 2008

Come meglio non si poteva dire...

Il migliore ritratto della crisi di governo italiana

Ezio Mauro, La Repubblica (25 gennaio 2008)
COSI' MUORE IL CENTROSINISTRA

Nemmeno due anni dopo il voto che ha sconfitto Berlusconi e la sua destra, Romano Prodi deve lasciare Palazzo Chigi e uscire di scena, con il suo governo che si arrende infine al Senato dove Dini e Mastella gli votano contro, dopo una settimana d'agonia. È lo strano - e ingiusto - destino di un uomo politico che per due volte ha battuto Berlusconi, per due volte ha risanato i conti pubblici e per due volte ha dovuto interrompere a metà la sua avventura di governo per lo sfascio della maggioranza che lo aveva scelto come leader.

Con Prodi, però, oggi non finisce soltanto una leadership e un governo, ma una cultura politica - il centrosinistra - che tra alti e bassi ha attraversato gli anni più importanti del nostro Paese, segnando la storia repubblicana.

Ciò che è finito davvero, infatti, è l'idea di un'ampia coalizione che raggruppi insieme tutto ciò che è alternativo alla destra, comunque assemblato, e dovunque porti la risultante. Prodi è morto politicamente proprio di questo. È morto a destra, per la vendetta di Mastella e gli interessi di Dini, ma per due anni ha sofferto a sinistra, per gli scarti di Diliberto, Giordano e Pecoraro, soprattutto sulla politica estera. Mentre faceva firmare ai leader alleati un programma faraonico e velleitario di 281 pagine e un impegno di lealtà perfettamente inutile per l'intera legislatura, Prodi coltivava in realtà un'ambizione culturale, prima ancora che politica: quella di tenere insieme le due sinistre italiane (la riformista e la radicale), obbligandole a coniugare giustizia e solidarietà insieme con modernità e innovazione, in un patto con i moderati antiberlusconiani.

Quell'ambizione è saltata, o meglio si è tradotta talvolta in politica durante questi due anni, mai in una cultura di governo riconosciuta e riconoscibile.

I risultati positivi di un governo che ha rovesciato il proverbio, razzolando bene mentre continuava a predicare male, non sono riusciti a fare massa, a orientare un'opinione pubblica ostile per paura delle tasse, spaventata dalle risse interne alla maggioranza, disorientata dalla mancanza di un disegno comune capace di indicare una prospettiva, un paesaggio collettivo, una ragione pubblica per ritrovare il senso di comunità, muoversi insieme, condividere un percorso politico.

Anche le cose migliori che il governo ha fatto, sono state spezzettate, spolpate e azzannate dal famelico gioco d'interdizione dei partiti, incapaci di far coalizione, di sentirsi maggioranza, di indicare un'Italia diversa dopo i cinque anni berlusconiani: ai cittadini, le politiche di centrosinistra sono arrivate ogni volta svalutate, incerte, contraddittorie e soprattutto depotenziate, come se la rissa interna - che è il risultato di una mancanza di cultura comune - avesse succhiato ogni linfa. Ancor più, avesse succhiato via il senso, il significato delle cose.

Fuori dal recinto tortuoso del governo, la destra non ha fatto molto per riconquistarsi il diritto di governare. Le sue contraddizioni sono tutte aperte, e la crisi della sinistra regala a Berlusconi una leadership interna che i suoi alleati ancora ieri contestavano. Ma la destra, questo è il paradosso al ribasso del 2008, è in qualche modo sintonica e addirittura interprete del sentimento italiano dominante, che è insieme di protesta e di esclusione, forse di secessione individuale dallo Stato, probabilmente di delusione repubblicana, certamente di solitudine civica. Nella grande disconnessione da ogni discorso pubblico, che è la cifra nazionale di questa fase, il nuovo populismo berlusconiano può trovare terreno propizio, perché salta tutte le mediazioni, dà agli individui l'impressione di essere cercati dalla politica e non per una rappresentanza, ma per una sintonia separata con la leadership, una vibrazione, un'adesione, ad uno ad uno.

Intorno si è mossa e si muove la gerarchia cattolica, che ormai lascia un'impronta visibile non nel discorso pubblico dov'è la benvenuta, ma sul terreno politico, istituzionale e addirittura parlamentare, dove in una democrazia occidentale dovrebbe valere solo la legge dello Stato e la regola di maggioranza, che è la forma di decisione della democrazia. Un'impronta che sempre più, purtroppo, è quella di un Dio italiano fino ad oggi sconosciuto, che non si preoccupa di parlare all'intero Paese ma conta le sue pecore ad ogni occasione interpretando il confronto come prova di forza - dunque come atto politico - , le rinchiude nel recinto della precettistica e se deve marchiarle, lo fa sul fianco destro.

Un contesto nel quale poteva reggere soltanto una politica in grado di esprimere una cultura moderna, cosciente di sé, risolta, capace di nascere a sinistra e parlare all'intero Paese. Tutto questo è mancato, per ragioni evidenti. La vittoria mutilata del 2006 ha messo subito il governo sulla difensiva, preoccupato di munirsi all'interno, col risultato di una dilatazione abnorme di ministri e sottosegretari. Ma i partiti, mentre si munivano l'uno contro l'altro, si disconnettevano dal Paese. Nel loro mondo chiuso, hanno camminato a passo di veti, minacce e ricatti, indebolendo la figura dello stesso Presidente del Consiglio, costretto a mediare più che a indirizzare. Si sono sentite ogni giorno mille voci, a nome del governo. La voce del centrosinistra è mancata.

Oggi che Mastella ha firmato un contratto con il Cavaliere e Dini ha onorato la cambiale natalizia, risulta evidente che Prodi salta perché è saltato quell'equilibrio che univa i moderati alle due sinistre, e come tale poteva rappresentare la maggioranza dell'Italia contemporanea. Tuttavia, senza il trasformismo (non nuovo: sia Dini che Mastella sono ritornati infine a casa) Prodi non sarebbe caduto. Barcollando, il governo avrebbe ancora potuto andare avanti, e questa è la ragione che ha spinto il premier ad andare al Senato, per mettere in piena luce sia la doppia defezione da destra e verso destra, sia l'assurdità di una legge elettorale che dà allo stesso governo la vittoria alla Camera e la sconfitta al Senato.

Da qui partirà il presidente Napolitano con le consultazioni, nella sua ricerca di consolidare un equilibrio politico e istituzionale che ritrovi un baricentro al sistema e al Paese. Il Capo dello Stato dovrà dunque tentare, col suo buonsenso repubblicano, di correggere queste legge elettorale prima di riportare il Paese al voto. La strada è quella di un governo istituzionale guidato dal presidente del Senato Marini, formato da poche personalità scelte fuori dai partiti, sostenuto dalle forze di buona volontà per giungere al risultato che serve al Paese.

Riformare la legge elettorale, e se fosse possibile, riformare anche Camera e Senato, cambiando i regolamenti, riducendo il numero dei parlamentari, correggendo il bicameralismo perfetto. Un governo non a termine, ma di scopo.

Che può durare poco, se i partiti sono sinceri nell'impegno e responsabili nelle scelte, col Capo dello Stato garante del percorso e dell'approdo.
Berlusconi è contrario a questa soluzione perché vuole votare al più presto, con i rifiuti per strada a Napoli (altra prova tragica d'impotenza del centrosinistra, locale e nazionale), con piazza San Pietro ancora calda di bandiere papiste, con il volto di Prodi da esibire in campagna elettorale come un avversario già battuto, in più in grado di imbrigliare l'avversario vero, che è da oggi Walter Veltroni.