venerdì 29 maggio 2009

Buon governo o bella immagine? La campagna elettorale a Grottazzolina metafora di una crisi

Di sera la luce sempre accesa in una stanza addobbata, ma vuota; una brochure elettorale molto curata graficamente, ma fuori dai crismi della legalità; serate di discussione pubblica arricchite da buffet, ma prive di contenuti programmatici. Tre cartoline che diventano subito tre metafore: cartoline che arrivano dalla campagna elettorale comunale del mio paese, Grottazzolina, e che fotografano la lista civica “Grottazzolina nel cuore”, la quale si candida a scalzare la vecchia amministrazione; metafore di quello che è oggi tratto distintivo di una specifica parte politica del mio Paese, l’Italia, a cui si deve, tra le altre cose, l'invenzione del circolo del "buongoverno"; cartoline e metafore che svelano uno dei virus più nocivi inoculati nella politica italiana, ovvero l’idea che anche la politica sia principalmente una questione d’immagine e non un laboratorio di proposte, di idee, di cultura; cartoline e metafore che raccontano come la pandemia, oggi, abbia raggiunto anche la provincia, infettando persino una così piccola comunità, come quella di Grottazzolina.
Tralascio altri ordini di problemi perché ritengo questo al momento vitale e più urgente: innanzitutto perché ha ormai cambiato il modo di pensare della gente (che difficilmente chiede e verifica differenze culturali, programmatiche e valoriali, ma si interessa sempre più di condire e proteggere esclusivamente la propria privatezza con la semplice cura dell’immagine pubblica); secondariamente perché ha oramai cambiato il modo di pensare la politica (che non è più – perché non sa più esserlo – una proposta di progetti e idealità rispetto ai quali concordare o criticare, ma semplice richiesta di esigenze e bisogni); infine perché ha finito per attecchire anche qui, in uno sperduto paesino delle Marche (dove la concorrenza politica al centro-sinistra che governa da quattordici anni si effettua a colpi di buona immagine).
Fino a qualche tempo fa, le campagne elettorali, soprattutto nei piccoli centri, dove restano dimensioni e opportunità “calde” di incontro, confronto e scontro, erano occasioni per vedersi fronteggiare idee, concezioni del mondo, visioni politiche e persone, in un clima di focosa e sana passione; fino a qualche tempo fa per un asfalto e o un piano regolatore ci si affrontava a visi apertissimi, perché ne andava di mezzo una concezione della propria comunità e della propria vita al suo interno. Oggi, anche a Grottazzolina, tutto questo non conta più: la strategia per battere l’amministrazione uscente vive di alcuni canoni oramai standardizzati e centrati sull'immagine che li raffigura, più importante di ciò che c'è dietro (il carabiniere candidato sindaco quale effige, “di suo”, di sicurezza, ma in realtà cerotto di profonde ferite interne; ascolto della popolazione come immagine di disponibilità, ma in realtà veicolo di soddisfacimento dei bisogni privati più che delle esigenze della comunità; la convivialità ostentata, ma in realtà manifesto di un baratto mimetizzato).
Ed eccoci allora alle tre metafore di cui sopra, che ci consegnano un interrogativo di fondo: cosa s’intende realmente per “buongoverno” da parte di chi ne ostenta il logo?
E’ forse “buon governo” tenere una stanza illuminata serate intere, con manifesti che impediscono di vedere all’interno e scoprire che in realtà lì non vi è nessuno, perché lì non si è deciso nulla (tutto altrove, lontano dal paese e in case private), o è forse la metafora di una facciata da curare, di una luce da alimentare senza però che effettivamente serva in concreto a nessuno? Perché allora illuminare il vuoto?
E’ forse “buon governo” candidarsi ad amministrare e finire nell’illegalità già alla prima “carta” ufficiale della propria presenza pubblica (ben curata, con colori suadenti, ma priva di committenzte ufficiale, come la legge vuole), o è forse la metafora del fatto che conta primariamente apparire bene, magari anche senza preoccuparsi di farlo rispettando le norme basilari? Perché allora abbellire l’illegale?
E’ forse “buon governo” girare il paese nelle sue zone rappresentative per offrire un buffet e non offrire un programma, o è forse la metafora di un'ostentazione? Perché allora apparecchiare e non esporre? E' forse "buon governo" girare il paese nelle sue zone rappresentative senza chiedere di aderire ad un progetto ma solo domandando di cosa i singoli hanno bisogno, senza sapere se tali molteplici ed individuali(stici) bisogni sono coerenti con la propria idea di paese? Perché allora domandare e non proporre?
Sono piccoli episodi (alcuni forse nemmeno tanto piccoli), che però ritengo emblematici di una più ampia e sempre più diffusa cultura dell’immagine, che sta scalzando, in nome dell’apparente cultura del fare, la sana cultura politica: si può essere d’accordo o meno con idee, progetti e valori politici, di sinistra e di destra, ma non si può accettare che la politica non sia più in grado di essere proposta seria ed elaborata e si riduca a vetrina sartoriale, capace di promettere abiti su misura a tutti, senza correre il rischio di idee ampie e coerenti, ma in realtà, in fin dei conti, ridotta a mero expo e buffet di tessuti ben venduti e confezionati. Almeno nei piccoli centri recuperiamo la priorità dei contenuti e abbandoniamo il narcisismo vuoto e nocivo dell’immagine, abbandoniamo una vuotezza plastica, che si vuole adagiare ai singoli (e che riduce la politica ad un self-service di servizi) e recuperiamo una progettualità ampia, che guarda al bene di una collettività (alla quale offre un servizio e chiede il consenso su delle idee). Spero almeno qui si possa ripartire da un piano politico di critica o proposta e non si sia costretti, dai fatti, a dover fare un passo indietro per ritessere un discorso che si deve fare a quel punto più impegnativamente culturale e formativo.