sabato 11 ottobre 2008

I NUOVI BARBARI 5 – La famiglia e le leggi dell’amore

Vogliamo capire davvero l’intensità e la radicalità di quell’invasione barbarica così generalizzata e diffusa di cui abbiamo provato a tratteggiare alcuni lineamenti? Desideriamo conoscere fino in fondo la pervasività di una crisi che attanaglia il rispetto dell’autorità e cancella ogni autorevolezza che non sia semplicemente quella dettata da una coscienza ripiegata su se stessa e sui propri bisogni?
Facciamo allora come farebbe ogni bravo e serio studioso di laboratorio, prendiamo un campione in provetta della nostra società, guardiamolo attraverso il dettaglio di un buon microscopio, mettiamo a fuoco fino ad arrivare alla sua ultima cellula, quella che ne regola i ritmi, ne conserva il segreto della vitalità, ne permette il battito vitale regolare ed equilibrato: siamo al cospetto della cellula sociale della nostra esistenza, la famiglia. Ecco, se la osserviamo bene, ci accorgiamo che l’imbarbarimento è arrivato fin qui, fino all’interno delle nostre mura domestiche, fin dentro i nostri rapporti privati, personali e parentali, erodendone l’autenticità, mutandone le finalità, tradendone la vocazione.
Omicidi e violenze di figli nei confronti dei genitori, aggressioni e attacchi di genitori nei confronti dei professori dei propri figli: la frequenza e la crescita esponenziale di questi fenomeni quasi rischiano di “appiattire” la radicalità del problema sull’eccezionalità delle sue manifestazioni. In realtà, andando a fondo e oltre l’impatto eclatante delle cronache dei giornali, vi è un sottobosco meno visibile e spesso non raccontato: gran parte dell’iceberg è sott’acqua, pericolosamente indebolito e trascurato, attaccato da un ridiscusso equilibrio tra amore e dovere, tra educazione e libertà, tra privato e pubblico.
La famiglia è una scelta che domanda altre scelte, un dono che genera un dono, un amore che origina amore, una relazione che suscita relazioni, un vincolo che causa vincoli, un impegno che detta impegni: se si assolutizza una soltanto delle sue componenti, se si riduce l’amore a permissivismo, se si cancellano le regole di cui è laboratorio, se si elimina la condivisione che arricchisce le singole esistenze, se si bandisce la sua essenziale dimensione pubblica, la famiglia diviene un vuoto contenitore, formatore di individui ma non di persone, generatore di creature ma non di figli, produttore di licenze e non di educazione. E l’invasione barbarica? C’è, ma non si vede: anzi costituisce una delle chiavi di lettura forse privilegiate per penetrare il meccanismo degenerativo.
I genitori screditano la propria autorevolezza barattando il valore vincolante di alcuni imperativi formativi con una libertà che risulta priva di dighe solide, che pensa di realizzare in automatico un legame di fiducia reciproco, che spesso finisce per mascherare l’aspirazione ad una maggiore libertà per sé; i figli svendono il senso di appartenenza e il vincolo di riconoscenza non appena si imbattono, percorrendo il loro sentiero di crescita, nel “Gatto” dei propri desideri e nella “Volpe” dei propri bisogni; la famiglia non riesce più a “socializzare” l’uomo privato, ad offrire alla comunità servizi e disponibilità e ad equilibrare l’intimità del proprio vissuto con la pubblicità del comune convivere.
Una rete di rapporti che continuamente viene infranta, allontanando tra loro i soggetti, richiudendoli nell’ambizione dell’autorealizzazione e realizzando legami meccanici e funzionali: une rete di rapporti che chiede di essere difesa, rinsaldata e rintrecciata in nome di un amore che è vero e solido solo quando riesce a conciliare gratuità, libertà, impegno e responsabilità.

lunedì 1 settembre 2008

I NUOVI BARBARI 4 - RIPIEGATI SUL PRIVATO

“Chi vive fuori dalla città o è un Dio o è una bestia”. Queste parole di Aristotele, lapidarie ed intense, oltre a tratteggiare un affresco del mondo greco, esprimono, con chiarezza e radicalità, uno dei cardini del pensiero politico classico e, più in generale, di tutto l’occidente: il legame indissolubile tra l’umanità dell’uomo e la sua dimensione politica. La destinazione dell’essere umano, il compimento autentico e pieno della sua natura e delle sue potenzialità, sono eminentemente sociali e politici: di questo tesoro la polis – nella unicità delle sue dimensioni, nell’arcaico rifiuto di donne e schiavi, nella moderna centralità della piazza – è stato il forziere che andava difeso e protetto dall’aggressione dei barbari, dei non-greci, distruttori dell’ordine costituito e portatori di tradizioni inaccettabili.
Sembrerà strano, ma oggi l’invasione barbarica è giunta dentro le nostre città – così asetticamente grandi, così apparentemente inglobanti, così urbanisticamente complesse – e, seppur ben nascosta da una globalizzazione pretesa ma incompresa e da un’apparente onnipresenza della politica, che si rivela solo vano tecnicismo legislativo o retorico, porta con sé un’epidemia latente e strisciante: l’oblio del vero senso della politica e la disaffezione nei suoi confronti, che, “dall’interno”, sta erodendo ogni autorità e promuovendo arbitrarietà. Viviamo infatti un’età in cui la partecipazione alla cosa pubblica ha lasciato spazio al disinteresse nei confronti dell’architettura del nostro convivere; lo spazio in comune si è ritratto e prosciugato, lasciando in secca il terreno di incontro e finendo tristemente con il coincidere con la piccola zolla del nostro privato; il coraggio della responsabilità nei confronti delle generazioni future non trova progetti che superino l’oggi.
Vale allora ancora, per noi, quel fatto, così evidente a chi consideri la storia degli eventi e quella delle idee, che l’uomo è un animale politico?
Se volessimo disegnare la planimetria del nostro vivere in comune, rispettando la profondità e la tridimensionalità che il suo volume integrale richiede, avremmo bisogno di indicare principalmente tre assi, sui quali declinare una possibile risposta: il legame sociale, le istituzioni, le leggi. Provando però a cucire addosso alla nostra società questo modello ideale, ci accorgeremmo ben presto che le tre coordinate di cui sopra scricchiolano e vacillano nel tentativo di inglobare una densità di fenomeni che al tempo stesso le traboccano e più in generale trascurano la dimensione politica del nostro esistere: il legame sociale non è ritenuto gratificante e costituivo; le istituzioni sono considerate opprimenti e limitanti; le leggi hanno perso l’ambizione all’universalità, divenendo malleabili a seconda delle esigenze di ognuno. Si desiderano garanzie e tutele, ma non si accetta responsabilmente di mettersi in gioco; si esigono beni e diritti, ma non si è disposti a lavorare per un bene che sia il più ampiamente e sostanziosamente comune; si pretendono protezione ed assistenza, ma si vuole essere liberi di compiere ciò che si vuole.
La vocazione politica non appartiene più ad individui disamorati della condivisione perché indifferenti ai doveri, lontani dalla progettualità perché ancorati al presente, privi di riferimenti autorevoli perché capaci di ascoltare solo il metro soggettivo della produttività, anche in politica: una rivoluzione barbarica che si nutre di una tradizione lunga secoli, delegittimando istituzioni e regole, lasciando sul campo della sua battaglia subdola e silenziosa le sembianze vane di una politica ridotta a vuoto contenitore e le mutazioni degenerative di una natura umana attenta solo ai propri desideri.

martedì 10 giugno 2008

Prodi cristiano adulto

Pubblico un articolo apparso su Repubblica il 7 giugno che rende bene l'idea del trattamento che la Cei ha riservato al centro-sinistra prodiano.

Lo sfogo dell'ex premier per il difficile rapporto con la Conferenza episcopale
"Ho avuto l'impressione di scontrarmi con un'opposizione politica"
Prodi: "I leader della Cei sempre contro di me"

di MARCO MAROZZI

ROMA - "Dissi di essere un cattolico adulto. La frase non mi è stata mai perdonata. Con la presidenza della Conferenza episcopale, ho avuto l'impressione di scontrarmi con un'opposizione politica". Romano Prodi cerca di organizzare la sua vita da ex, ma rivive ancora con amarezza il rapporto con uno degli interlocutori a cui teneva di più. La Chiesa cattolica. Le sue difficoltà terribili come capo di un governo di centrosinistra le ha raccontate anche a La Croix, il più grande quotidiano cattolico francese. "Mai sono stato intervistato dall'Avvenire, il giornale italiano di ispirazione cattolica, mentre La Croix mi ha dedicato due pagine nel maggio 2007".

Prodi non è mai stato intervistato non solo dal giornale della Cei, nemmeno - a differenza di Silvio Berlusconi - dall'Osservatore Romano. Organo della Santa Sede.
Le differenze volute bruciano sulla pelle del professore cattolico che il 31 maggio ha festeggiato i 39 anni di matrimonio, padre di due figli, nonno di quattro nipoti. Ha scritto un suo amico dagli anni di Reggio Emilia, Raffaele Crovi, cattolico, intellettuale anche democristiano, in "Nerofumo", profetico romanzo poco prima della morte: "Perché la Curia Vaticana, ai politici cattolici praticanti e osservanti dei comandamenti, preferisce i politici laici, magari puttanieri, ma osservanti".

E Crovi, vaticinando la caduta del governo Prodi, fa rispondere a un monsignore: "Perché i cattolici praticanti, ritenendosi parte della Chiesa, mettono bocca nelle scelte delle autorità ecclesiastiche, mentre i laici, senza far domande, mettono mano alla borsa".
Prodi, che il libro ha ricevuto, scansa i rimandi. Né parla di politica italiana. "Aspettiamo che il polverone si fermi" dice ai pochi fedelissimi superstiti. "Coerenza e discrezione" ripete, sono il suo atteggiamento rispetto alla Chiesa. A La Croix - fra un cenno all'unica udienza da Benedetto XVI e un affettuoso dilungarsi sugli incontri con Giovanni Paolo II - ha raccontato l'amarezza "soprattutto per le critiche delle gerarchie cattoliche quando adottai provvedimenti in favore degli esclusi". "Telefonai anche per dir loro che prima comunque non c'era niente. Non mi hanno risposto".

Rapporto di spine con Camillo Ruini, l'allora presidente della Cei e rimasto potentissimo, anche se da un anno la Conferenza è guidata da Angelo Bagnasco. Il reggiano Ruini fece conoscere e sposò Prodi e Flavia, né fu assistente, ma ruppe per sempre quando, dopo il crollo della Dc, chiese all'allora discepolo di guidare la rinascita di un partito cattolico. Ottenendo un rifiuto da colui che già pensava all'Ulivo. Prodì rivendica quel "cattolico adulto" con cui si definì quando andò a votare nel referendum sulla fecondazione assistita. Non rispettando - pur votando da cattolico osservante - la chiamata di Ruini all'astensione. Richiamandosi piuttosto a De Gasperi che disobbedì a Pio XII che voleva l'alleanza Dc-Msi al Comune di Roma.

I NUOVI BARBARI 3 – “I CARE”

Circa una cinquantina di anni fa, in un piccolo borgo di montagna, sconosciuto e quasi irraggiungibile, un priore determinato e sanguigno inizia a radunare alcuni giovani ragazzi delle campagne in una stanza della sua nuova canonica: nasce la scuola di Barbiana – senza luce, cattedra, lavagna e banchi – e una rivoluzionaria esperienza pedagogica e culturale. Appena qualche giorno fa, nelle milioni di televisioni che arredano le nostre case, si è sentita raccontare la storia di un genitore che ha aggredito il preside di un istituto, il quale si era “macchiato” della tremenda colpa di sequestrare il telefonino – con fotocamera, suonerie polifoniche, lettore mp3 – a suo figlio: muore, sotto l’ennesimo colpo, una stanca idea di scuola ed un’arrugginita istituzione pedagogica.
La provocazione permette di accostare due estremi e farne vibrare le corde: che tipo di cambiamento può esserci stato, a cavallo di questi due episodi, tanto da passare dall’urgenza alfabetismo all’urgenza bullismo, dall’esigenza di insegnare l’arte dello scrivere e del parlare a quella di debellare continui casi di violenza verbale e non solo, dalla scuola privilegio di pochi alla scuola obbligo disinteressato di tutti? Una vera e propria invasione barbarica, che ha portato con sé disimpegno, disillusione e distruzione di ogni gerarchia: dall’autorità del preside all’autorevolezza degli insegnanti; dal prestigio del sapere al valore dell’apprendere.
In quella piccola stanza di Barbiana, don Lorenzo Milani – di cui ricorrono quest’anno i quarant’anni dalla morte – in una parete aveva fatto scrivere “I care”, ovvero “mi interessa, mi sta a cuore”; nelle molte aule tecnologiche delle nostre scuole, dove le lavagne iniziano a cedere il posto ai computer e i cellulari costituiscono spesso l’unico strumento di comunicazione, l’interesse scompare, annientato da individualità oltraggiosamente in grado di lasciarsi scorrere addosso tutto, senza appassionarsi a nulla.
E proprio l’”interesse” è forse una delle tante possibili chiavi di interpretazione che permettono di collocare questi fenomeni degenerativi, che coinvolgono la scuola, nella cornice più ampia della crisi delle autorità. Tutti i dizionari ne parlano fondamentalmente in tre sensi: l’interesse come passione ed impegno; l’interesse come condivisione e partecipazione; l’interesse come tornaconto personale. Ebbene, i molti casi che negli ultimi mesi ci hanno raccontato di bulli e sconcezze rivelano in realtà una sporgenza dell’ultima accezione sulle prime due: una crisi, cioè, dello stare insieme (inter-esse) e della dedizione (interessamento) e una preminenza totalizzante del mero “libertino” vantaggio egoistico. Si assiste così al frantumarsi del valore pedagogico e formativo dell’insegnante e della piccola comunità che è la classe, embrionale occasione per sperimentarsi in relazione con gli altri; il coinvolgimento di tutti cede alla convenienza di ognuno; la condivisione di un progetto di crescita è sconfitto da una fasulla e fittizia tutela del singolo; il professore perde la propria aurea sacrale, tanto da divenire complice nel vizio o vittima nell’oltraggio; i genitori scarnificano la concezione di ciò che è bene per i propri figli, la cui maturazione non passa più attraverso il rispetto di alcuni doveri, quanto piuttosto per il sempre più ampio diritto a tutto.
Un giovane studente napoletano ha recentemente inviato un messaggio ai quotidiani, rivendicando l’attenzione per la buona “scuola che c’è”, chiedendo di non far vincere la “non scuola” spettacolarizzata dai media: ma tutti gli altri che cosa sarebbero oggi in grado di scrivere nella loro moderna e tecnologica “lettera ad una professoressa”?

martedì 29 aprile 2008

I NUOVI BARBARI 2 – Il potere dello sport

Fino a qualche tempo fa la parola “sport” risuonava con una leggerezza non gravata di troppe responsabilità, ma felice della sua dimensione giocosa; oggi ha le spalle stanche, cariche di interessi e della ricerca senza scrupoli del massimo profitto. I suoi due sistemi circolatori – quello arterioso, che ne ossigena la valenza virtuosamente agonistica, culturale, pedagogica; quello venoso, che porta il peso di una vera e propria economia industrializzata – ne complicano l’esistenza e ne rendono stentata la sopravvivenza: lo sport nutre grandi passioni, ma muove miliardi; insegna a soffrire per un obiettivo, ma ossessiona per una vittoria; educa alla vita, ma esaspera la competitività.
Proviamo allora a vedere se il giochetto dei barbari, che ci siamo inventati come esperimento per capire i nostri tempi, funziona anche in questa cornice complessa e fragile e vale per una dimensione della nostra esistenza che sembra relegata al tempo libero, ma che in realtà ne investe una più ampia porzione. Costretto, e me ne scuso, a generalizzare un po’ (finiranno nello stesso calderone il totem sacro del calcio con le altre mille discipline), l’esperimento vuole però guardare allo sport in genere come allo specchio di una situazione culturale più ampia e pensarlo come provetta attendibile per esaminare lo stato della società e verificarne la crisi delle autorità, come in fondo ci siamo prefissi.
Avete fatto caso a quale crescita esponenziale di esoneri degli allenatori stiamo assistendo? Dal calcio alla pallavolo, passando per i mille rivoli delle altre discipline, la figura dell’allenatore sta indubbiamente attraversando una fase di crisi: da autorità autorevole a calamita di ogni male, da capo del gruppo a capro espiatorio, da bagaglio formativo a bersaglio di giocatori che spesso non sono più in grado di ascoltare, lavorare, sacrificarsi e scoprono che è più semplice gettare a mare il comandante che rispettare le regole della navigazione.
Avete mai assistito ad una gara di giovanissimi sportivi in erba? Siete rimasti forse attoniti di fronte ai comportamenti di genitori esasperati ed esasperanti che testimoniano con le parole – e spesso non solo – una totale e radicale mancanza di rispetto nei confronti dell’arbitro? Quel medesimo spregio del senso del limite che sta alla base dei tanti casi di doping è la medesima causa di un doping pedagogico che non permette di accettare un errore umano e che impedisce il rispetto di chi in campo deve far osservare regole e virtù.
Avete per caso sperimentato come le curve degli stadi abbiano perso l’identità di luogo organizzato di passione e colore per divenire espressione di un’anarchica violenza? La figura storica del capo ultras nasce per “governare” animi “innamorati” di una squadra, mentre oggi non ha più la capacità di organizzare niente, perché giovani schegge impazzite non trovano nulla di sensato nell’ascoltare chi ha più esperienza di loro.
Tre casi banali, sicuramente diversi, forse volutamente radicali, ma senza dubbio emblematici, che offrono uno spettro ampio per rintracciare, anche nello sport, quell’invasione barbarica che spazza via ogni obbligo nei confronti degli altri e di se stessi, abbattendo le differenti figure che domandano rispetto e obbedienza: il vuoto di autorevolezza diviene il buco nero in cui trovano spazio il tradimento dell’idea stessa di sport (e quindi la capacità di formare ed educare se stessi nella propria integralità), la barbarie di un successo ad ogni costo (violentando i propri limiti e il valore dell’avversario) e la deriva individualistica di una autoreferenzialità che ha perso la propensione al sacrificio, al rispetto, all’apprendimento.

Rappresentare un'idea e non numeri

“Il problema degli altri è uguale al mio.
Sortirne tutti insieme è la politica.
Sortirne da soli è l’avarizia”
(Don Milani)


In una delle puntate pre-elettorali de “Le Invasioni barbariche”, all’interno del solito suo piccolo spazio, Vittorio Zincone, forse in una delle migliori cartoline di presentazione, finiva per tratteggiare un quadretto acutamente allegorico e realisticamente simbolico sulla nuova avventura veltroniana del Partito Democratico e così concludeva: “Per rappresentare gli interessi dei vari segmenti sociali deve esserci per forza qualcuno di esterno alla politica e di interno a quei mondi? Ma non è che in questo modo diamo l’idea che nell’Italia moderna nessuno è in grado di rappresentare altro che se stesso?”.
Provando a prendere sul serio una questione di spessore che in un’agenda politica tutta centrata sui bisogni e non più sulle architetture, dettate da una quotidianità sempre più pressante e soffocante, rischia di apparire esercizio di pura accademia, viene da declinare tali punti interrogativi su due piani: il primo legato all’orizzonte più ampio e nazionale della nostra politica; il secondo correlato ad una delle sue novità principali, ovvero, per l’appunto, il Partito Democratico.
Mi preme davvero però evitare innanzitutto due fraintendimenti: la lettura antipatica e “spocchiosa” di chi per “contro-tendenza forzata” si stacca dal coro multiforme dell’anti-politica e prova a difendere “il” politico; quella ingenua e “sciacallesca” di chi analizza un risultato complesso e negativo (completatosi con i ballottaggi di qualche giorno fa), finendo per puntare il dito e cercare i classici capri espiatori.
Ed allora procedo.
Primo punto: la politica chi rappresenta?
Certamente l’apertura ad ampi settori della società civile, pur ingabbiata nelle maglie costrittorie delle liste chiuse volute da questa legge elettorale, ha regalato un passo avanti verso la democrazia (la tanto odiata “casta” ha guardato finalmente al mondo fuori dal palazzo e lo ha arruolato); ma ciò, alla lunga, non rischia però di accelerare una deriva che renderà presto o tardi la presunta cura un veleno subdolo? Se infatti un simile passo lo si compie appiattendo verso il basso la progettualità, riducendo ad una somma algebrica il tentativo di far riportare i conti, non si rischia definitivamente di s-cadere in una visione tecnicistica e industrialistica della politica? E cioè: se finalmente il politico di professione ha deciso di arricchirsi delle braccia e delle menti provenienti dalla vita quotidiana e queste ultime hanno voluto entrare nell’agone politico, è il caso che entrambi lo facciano provando a rappresentare interessi più alti, e non solo propri (che è ed è stato l’unico vero grande male della politica italiana e non solo); se una mentalità “manageriale” può apportare in termini di risultati e pianificazione un surplus di efficienza, non vorrei che ciò significasse avere una politica ridotta alla somma aritmetica dei singoli interessi, incollati dalla prospettiva comune di risolvere grane quotidiane e non più cementati dal comune orizzonte valoriale che unisce la nostra generazione a quelle passate e a quelle successive (nonché ridurre la sacralità delle cariche istituzionali al servizio di un’operatività del governo che finisce per spazzare via gerarchie e garanzie).
Morale della favola: temo che rappresentare se stessi sia pensare a se stessi; non essere in grado di rappresentare gli altri voglia dire non volerli aiutare: eccoci qua, di fronte al terrore che la politica viva un rigurgito di egoismo autoreferenziale, vittima delle reggenza oltre il limite di supplenti che sono divenuti titolari della cattedra a causa di titolari in congedo a cui è piaciuto più del lecito. La politica è un progetto di vita e di società non centrata su se stessi, ma sugli altri; ridurre la politica all’autoreferenzialità del risultato è farle violenza; il politico è così ridotto a funzionario, la politica a funzione, la rappresentanza ad acquisizione, la cittadinanza a mercato.
Secondo punto. Il Partito Democratico che cosa ha rappresentato?
Certamente l’apertura di un’ampia, importante e ambiziosa nuova strada, indubbiamente la semplificazione del panorama politico italiano, senz’altro un progetto alto rattrappito dalla tempistica di una campagna elettorale improvvisa e rapida. Ma ora più che mai, sconfitta alla mano (e alcune non trascurabili note liete da ricordare), sarebbe il caso che si desse il tempo fisiologico per decidere quale progetto di società vuole rappresentare e chi vuole rappresentare: si è fatto qualche calcolo nel periodo pre-elettorale, che ha dato l’idea di mettere insieme intercettatori di voti più che calamite di idee; si rischia di fare vecchi calcoli ora, con il solito imperativo del “contiamoci” che ha il sapore scaduto della politica stantia. Non c’è da contare un bel niente, c’è piuttosto da realizzare un’idea di paese che è ben presto raffigurabile e non conflittualmente ampia: abbattere la logica del ”mio, ora e subito”. La politica è architettura, disegna il futuro e prende spunto dai modelli del passato, usando l’oggi solo come occasione di progetto: evitare di avere un pantheon di riferimenti e guardare a ciò che oggi può produrre il mio orticello è condursi progressivamente all’isolamento e all’aridità.
E’ questa la vera sfida del Partito Democratico da domani: non cedere a reflussi di vecchia politica e finalmente provare a costruire un’idea di società che funga realmente da catalizzatore per chi voglia rappresentarla, indipendentemente da chi rappresenta, e per tutti coloro che devono essere risvegliati dal torpore dell’egoismo e dall’autoreferenzialità. Conta cosa si rappresenta e non chi; semplicemente perché se si sceglie la prima e se ne dimostra il valore si può essere esempio, modello e governo per molti, mentre se si sceglie il secondo si è sempre inevitabilmente scissi e ricattabili: l’idea da realizzare coinvolge e offre una soluzione, il bisogno da soddisfare crea conflitto e divide. Il vero obiettivo, elevato e prezioso, che non si può svendere al miglior offerente di voti e ricatti elettorali e che non merita di essere assassinato sull’altare della sconfitta, diventa allora quello di distogliere l’Italia da una deriva individualistica montante, che non deve essere inoculata nei meccanismi della democrazia: una sfida che, per parafrasare Franco Vaccari, deve essere personale e comunitaria. “Se solitaria è populista, se corale è politica” (F. Vaccari, Portici, Politica vecchia e nuova passione, AVE, Roma 2007).

venerdì 28 marzo 2008

I NUOVI BARBARI 1 – La crisi delle autorità

Ripubblico una serie di articoli usciti su "La Voce delle Marche" l'anno passato, che prendono spunto dall'idea baricchiana o baricchesca, fate voi, de "I Barbari" e dedicati ad alcuni luoghi di crisi, oggi, dell'autorità. Ecco il primo.


Fermiamoci, congeliamo ogni nostra urgenza e ascoltiamo, magari giusto un secondo, il tempo in cui viviamo e il mondo in cui abitiamo: quanti mutamenti trascurati e ingovernati! Mille flussi costeggiano le nostre vite senza che ce ne accorgiamo o decidiamo di gettarci uno sguardo responsabile: queste righe – e le prossime che seguiranno per qualche settimana – nascono proprio dal tentativo di intercettarne almeno uno, per provare a riflettere su qualcosa di non così trascurabile, che ci dovrebbe interrogare e che colpevolmente, invece, ci lascia indifferenti – almeno così sembra.
Da qualche giro di Terra attorno al Sole a questa parte siamo costretti, volenti o nolenti, ad assistere ad un evidente “imbarbarimento” dei sentimenti, delle regole, delle libertà, dei diritti del nostro convivere (per fare due esempi: impiccagioni orgogliosamente trasmesse on line, quando non lo sono in tv, e morbosamente ricercate; guerriglie urbane e uccisioni dentro e fuori un campo di calcio, per non parlare di un disdegno pubblico di cui le logiche economiche dettano cadenze e modi); allo stesso tempo, da quando il “virus” dell’idea si è diffuso (chissà il primo che lo ha messo in circolo, chissà quanto durerà), qualcuno, con occhi diversi, sta facendo ricorso, con continuità, proprio alla figura dei “barbari” per dipingere i profondi tratti di cambiamento che connotano il nostro tempo (dalle invasioni barbariche cinematografiche e televisive, ai barbarici sommovimenti, più o meno tellurici, raccontati da Baricco, Mura, Veneziani).
Impressionato da tale coincidenza e convinto che la metafora barbarica abbia tutti i requisiti per raffigurare molti dei fenomeni che stanno “raffreddando” le nostre vite, vorrei provare a trovare l’ennesimo sintomo di una nuova invasione, di cui siamo al tempo stesso vittime e protagonisti. Senza pessimismi o presunzioni di sorta, si potrebbe infatti leggere gran parte degli eventi che troviamo sui giornali sotto la luce di un unico comune denominatore: la mancanza quasi assoluta di rispetto dell’autorità costituita e legittima; oppure, detto in altro modo, la perdita, quasi irreversibile, di autorevolezza da parte di ogni autorità.
Dal professore al genitore, dalla forza dell’ordine al capo ultras, dal politico alla legge scritta, dalla tradizione alla norma morale: la nostra società sta progressivamente dimenticando il ruolo formativo e vincolante di alcuni imperativi, la cui legittimazione diviene arbitraria; il desiderio muta in diritto; la libertà nasconde la licenziosità; la verticalità sana di alcune relazioni viene scalzata da una orizzontalità che annulla la profondità di piani. Il barbaro è originariamente colui che parla un idioma diverso e porta con sé un insieme di tradizioni inaccettabili: chi viene da lontano e incute terrore; oggi il barbaro è colui che non accetta più il sistema di autorità che lo ha formato e si ribella ad esso: chi vive nella medesima società in cui è nato ma ne rifiuta i principi, divenendo straniero nel proprio paese, a causa di una “lingua” selvaggia che si fa fatica a comprendere.
Inizia allora qui un viaggio in cinque tappe, che non vuole avere l’onore di trovare ricette, quanto l’onere di individuare un problema e raffigurarne le molteplici declinazioni e derive, senza paure, seppur con un vivo senso di allerta: a voi decidere se e a che punto salire a bordo.

Luca Alici