mercoledì 31 agosto 2011

Campo di servizio a Falconara: a caldo

All’improvviso, appena mi sono voltato verso la porta, ho sentito qualcuno saltare e atterrare sulle mie spalle. Era l’ultimo giorno della nostra settimana a Massignano ed è stata subito un sensazione strana e forte: non ho avvertito il peso, ma la leggerezza, quasi anomala, di un corpo, giovane e magro, ed in quella leggerezza c’erano scritte, insieme, la tragedia e la felicità. Questa è la prima immagine che porto nel cuore di una settimana meravigliosa, in cui il servizio agli altri è diventato un dono per noi, la fatica delle giornate un nuovo modo di scoprire se stessi, le persone che abbiamo visitato tanti volti con cui provare a sorridere e i ragazzi che abbiamo accompagnato la fonte di una bellezza che il nostro tempo spesso dimentica o addirittura violenta. C’era un ragazzo sulle mie spalle, reso esile dal suo passato e leggero dal suo presente: un passato lungo e sofferto di sostanze e dipendenza che lo ha fatto diventare quasi scheletrico; un presente breve e gioioso di compagnia e volti nuovi che gli ha ridato entusiasmo e coraggio. La nostra presenza che diventava sollievo, la nostra normalità che diventava eccezionalità, il nostro ascolto che diventava assenza di pregiudizi: partiti con la paura di dover fare chissà cosa, ci siamo accorti che allacciare relazioni e raccontarsi storie è il modo migliore per scoprirsi e volersi bene.
Torno indietro, riavvolgo il nastro e vedo diciannove ragazzi in cerchio su un piccolo pezzo di prato che si raccontano la loro prima giornata in giro per quattro strutture, uno di fronte all’altro, un po’ indecisi sul da farsi, ma capaci di fermare le loro vite, rubare una settimana di agosto al clima festoso delle vacanze e al richiamo della compagnia dei loro amici: che cosa li spinge e cosa li motiva? Per ora basta questo sì, è sufficiente per essere orgoglioso di loro; per capire il motivo ci sono sei giorni da vivere tutti d’un fiato, con qualche sacrificio e molta pazienza, un pizzico di trascuratezza per sé e tanta curiosità per l’altro. I giorni trascorrono, ma il cerchio e il luogo è esattamente lo stesso: siamo alla fine del campo e ora però hanno tutti capito il motivo della loro scelta, hanno tutti provato emozioni forti (senza sperimentare chissà quali brividi extra-ordinari o indotti) e i loro occhi ce lo comunicano. E questa è per molti versi la felicità: essere insieme a dei giovani che ti lasciano giovane, a dei ragazzi che dove vanno si sentono dire che sono belli, a un gruppo che ti fa capire quanto sia bella la vita di Ac, a delle vite che cercano e sognano, alle quali però, quasi inconsapevolmente, Dio ha fatto il regalo grande di custodirle in questa settimana magnifica, di sorreggerle e di consentire con la sua provvidenza ciò che, comprensibilmente per molti di noi, altrimenti si farebbe fatica solo a pensare.

venerdì 8 luglio 2011

I RITI DI DEGRADAZIONE E L’ANNULLAMENTO DELLA SPERANZA 2: LA POLITICA SENZA LAVORO O IL LAVORO SENZA POLITICA

Nel V secolo a.C, Protagora, come buona parte della tradizione classica, ricorre ad un mito per narrare le prime origini della vita dell’uomo in comunità: per salvare gli uomini da uno sterminio Zeus invia loro, tramite Ermete, aidòs e dìke, ovvero correttezza e giustizia; Zeus però decide in questo caso una distribuzione diversa rispetto a quella utilizzata nel caso delle téchnai, ovvero delle capacità professionali; se infatti può essere sufficiente l’istituzione di un persona capace in medicina, a servizio di numerose altre, correttezza e giustizia vanno riversate su tutti gli uomini, perché solo così tutti possono essere partecipi; se correttezza e giustizia fossero possedute solo da qualcuno, come avviene per le professionalità, non vi sarebbe città; ne deriva che tutti i cittadini non in virtù dell’attività professionale, bensì di queste doti, possono intervenire negli affari “comuni”. In uno dei suoi interventi sui nostri quotidiani Roberto Saviano di recente ha scritto: “Mi guardo intorno e penso: come deve sentirsi un giovane italiano che voglia usare in politica la sua passione civile, il suo talento? La politica di oggi lo incoraggia o lo spaventa? E qual è il prezzo che tutti paghiamo per questa esclusione e per questa diffidenza? Qual è il costo sociale della paura?”.
Da un lato la saggezza antica e profonda che scava fin nelle radici antropologiche, dall’altro le domande assillanti del nostro presente tutto italiano; da una parte la capacità di cogliere le doti e le virtù del paradigma di una buona politica; dall’altro la paura che i talenti migliori vengano divorati dai limiti della nostra cattiva politica. Che cosa unisce questo mito del V secolo a.C, raccontato da un retore e da un filosofo, capace di guidarci con immediatezza su un piano universale, con le riflessioni di un giovane scrittore del 2000 e qualcosa d.C., che guarda la sua Italia e ne denuncia i problemi che la tengono in scacco o sotto ricatto continuo? Il rapporto tra politica, lavoro e professionalità, che, da allora fino ai giorni nostri, continua a costituire oggetto di riflessione e confronto, ma che oggi, più di ieri, sembra avvinto e soffocato da un circolo vizioso che nessuno è in grado o vuole realmente interrompere. Quale circolo vizioso? Quello di un luogo di servizio che si è fatto luogo di privilegi e quello di un lavoro che non c’è che fa diventare lavoro ciò che lavoro non è. Come spiegarlo? Mettendo due generazioni, quella degli ultracinquantenni e quelli degli appena trentenni, al cospetto della domanda “la politica è un mestiere?”. La risposta ovvia di entrambi sarà “no”, ma le pratiche di vita raccontano tutta un’altra storia, che forse ci affida una delle ragioni a causa delle quali è così difficile cambiare la nostra classe dirigente e la logica che la anima.
Vi siete mai chiesti quale è la professione di alcuni totem della nostra politica? Vi siete mai chiesti quanti anni sono che si dicono intepreti di cambiamenti radicali e strutturali del nostro convivere quotidiano? Ecco, la prima sensazione che mi viene in mente è che c’è una generazione di ultracinquantenni che ha snaturato il senso della politica, perché ne ha fatto il proprio mestiere e, mentre racconta al mondo intero delle qualità della flessibilità e dei meriti di contratti a tempo determinato che agevolano il cambiamento e magari il successo lavorativo, restano indeterminatamente avvinghiati al loro ruolo, lontani da un mondo in cui e per cui non lavorano da tempo, vestiti di un ruolo che oramai non solo ha fagocitato e digerito le loro singole professionalità, ma ne ha spesso traviato correttezza e giustizia. La politica che diventa lavoro è divenuta un lavoro senza politica: proceduralmente schiava delle logiche e delle leggi interne di un mondo tutto volto alla propria autoriproduzione, radicalmente incapace di rinnovarsi perché terribilmente paralizzata dall’idea di dover fare altro (ma quale altro a questo punto), ma soprattutto oramai definitivamente priva di ragioni e progetti, così come della sua vocazione gratuita e della sua dimensione di servizio.
Andiamo indietro di qualche annetto, cambiamo generazione, manteniamo lo stesso sfondo, cosa troviamo? Una generazione di appena trentenni che vorrebbe cambiare il mondo e in primis il mondo della politica, ma che è afflitto da sfiducia e delusione. E di fronte a questo panorama, quale mela avvelenata viene offerta loro? Quella di una vita sotto ricatto: da un lato un lavoro che non c’è, che va cercato, cambiato, capito e riadattato; dall’altro una politica che chiede nuovi volti, nuove presenze, nuove idealità, ma molto tempo, il tempo che solo la serietà può permettersi di domandare. Ecco, la tentazione del serpente è già in atto: non ho lavoro, non ho soldi e se unissi la mia passione politica con la possibilità di tirarci su qualche lira? Che c’è di male in fondo? I miei ideali sono alti e nobili, questo non è poi altro che un modo per comunicarli e iniziare a farli conoscere… Ovviamente nulla da dire al cospetto di chi viene valorizzato per una competenza che mette a disposizione, ma quello che noto è un meccanismo decisamente più perverso. La politica che può diventare un lavoro rischia di essere una politica senza lavoro: il bivio tra quanti devono per forza rinunciare ad un impegno di puro volontariato in politica perché costretti a farsi in quattro per uno o più posti di lavoro, da conciliare magari con una famiglia (ed ecco qua che le 24 ore di una giornata e i 7 giorni di una settimana sono belli che andati) e quanti iniziano a vedere nella politica la soluzione dei propri problemi lavorativi e non si rendono conto che stanno già svendendo i propri seppur nobili ideali al mercato che accusano (prolungando la vita a quel sistema perverso di cui erano e magari pensano di continuare ad essere gli accusatori).
Da dove cominciare allora?

lunedì 13 giugno 2011

Affinché prevalga, oltre alla partecipazione, un sano principio di prudenza

So che accanto a questa possono essere riscontrate molte altre voci, e magari autorevoli, che la pensano diversamente, ma credo che ne vada del modo in cui guardiamo al nostro paese: scegliere di investire in un senso o in un altro dirà da oggi chi saremo domani.

Per questo riporto questa riflessione il cui valore è dato dalla cognizione di causa di chi ne parla e scrive.
Buona riflessione



"Ho lavorato una vita nel nucleare vi spiego perché voterò sì al referendum"
Oltre due decenni di esperienza nel settore, visitando una sessantina di reattori in tre continenti, con la convinzione che le precauzioni prese negli impianti rendessero impossibile una catastrofe. Poi Three Miles Island, Chernobyl, Fukushima: tre disastri in meno di 30 anni...
di ALBERTO BAROCAS

Dopo essere stato allibito per l'incoscienza delle dichiarazioni di uno scienziato, il professor Battaglia (la pubblicazione di una sua opera scientifica con la prefazione di Silvio Berlusconi parla da sé), su un tema così importante per la sorte dell'umanità, mi sento costretto ad intervenire avendo dedicato tutta la mia vita professionale alla ricerca e sviluppo del nucleare ed essendo stato per lungo tempo "abbastanza" a favore dell'energia nucleare.

Dopo una laurea in Radiochimica presso l'Università di Roma e successivo Corso di Perfezionamento in Fisica e Chimica Nucleare, ho lavorato presso i laboratori di ricerca del plutonio di Fontenay-aux-Roses (Francia) nelle ricerche e tecniche del plutonio per l'impianto di riprocessamento del combustibile nucleare di La Hague. Ritornato in Italia ho partecipato, nei laboratori di ricerca della Casaccia (CNEN, ora ENEA), alla messa a punto degli impianti di separazione del plutonio di Saluggia e successivamente allo studio dei siti nucleari in vista della costruzione di centrali di energia nucleare. Dal 1982 sono stato distaccato dal CNEN presso l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) di Vienna dove mi sono occupato prevalentemente di salvaguardie nucleari, in particolare per i reattori nucleari di potenza e di ricerca nel mondo. Per 22 anni ho avuto la possibilità di visitare ed ispezionare una sessantina di reattori in tre continenti, in particolare in Giappone ed in particolare proprio Fukushima.

Durante l'intera attività ero giunto alla conclusione che le precauzioni utilizzate negli impianti nucleari fossero tali da rendere praticamente impossibile un grosso incidente nucleare. Proprio il Giappone si presentava ai miei occhi come il modello per eccellenza di organizzazione, di perfezione, di attenzione al più piccolo dettaglio: l'energia nucleare o doveva essere realizzata così o non doveva esistere. Ed invece... Three Miles Island, Chernobyl, Fukushima... tre catastrofi in meno di 30 anni.

Oggi sono completamente convinto che i rischi dell'energia nucleari siano tali da consigliarne l'utilizzo solo se non ci fossero sulla Terra altre fonti di energia o dopo una guerra nucleare. Voterò quindi SI al referendum per le seguenti ragioni:

a) la progettazione di una centrale nucleare avviene sulla base di dati statistici puri, cioè su una probabilità estremamente bassa di un grosso incidente, anziché basarsi sul fatto che un incidente anche imprevedibile possa avvenire (per esempio: chi avrebbe mai potuto calcolare statisticamente che otto montanari dell'Afghanistan si potessero impadronire contemporaneamente di quattro jet di linea facendoli convergere sulle Torri di New York, sul Pentagono e sulla Casa Bianca? Chi potrebbe calcolare statisticamente la possibilità dell'impatto di un meteorite?) e quindi progettando nello stesso tempo le soluzioni e le difese: naturalmente questo però aumenterebbe enormemente i costi ed allora bisogna ricordarsi che l'energia nucleare è un'industria come tutte le altre, cioè che vuole fare profitti;

b) gli effetti di un grosso incidente non sono come gli altri: terremoti, inondazioni, incendi fanno un certo numero di vittime e danni incalcolabili, ma tutto questo ha un termine. L'energia nucleare no: gli effetti si propagano per decenni se non secoli, con un disastro anche economico per il Paese colpito. I discendenti delle bombe di Hiroshima e Nagasaki ancora subiscono danni. Altrimenti perché il deterrente di una guerra nucleare funziona talmente? Anche i bombardamenti "classici" causano morti molto elevate, ma non portano a danni simili per generazioni...

c) il blocco dell'energia nucleare in Italia del 1987 ha avuto il torto di fermare di botto non solo le quattro centrali in funzione (Trino Vercellese, Caorso, Latina, Garigliano) e la costruzione di Montalto con spese immani per un pazzesco riadattamento dell'impianto nucleare ad una centrale di tipo classico, ma altresì ogni tipo di ricerca nucleare, anche di eventuali impianti innovativi, creando un pericolo, dato l'impauperamento di una cultura "nucleare": non esistevano più corsi di scienze nucleari, né tecnici, né possibilità di tecnologie di difesa da eventuali incidenti in altre nazioni. E questo non è richiesto dalla rinuncia all'uso di centrali atomiche: la ricerca e lo sviluppo del nucleare dovrebbe poter continuare;

d) la presenza di impianti di produzione di energia nucleare porta ad una militarizzazione delle zone in questione: non c'è trasparenza, ogni dato viene negato all'opinione pubblica. Anche agli ispettori dell'AIEA viene proibito di comunicare con la stampa. Lo dimostra anche quello che è successo a Fukushima: il gestore ha tenuto nascosto per lungo tempo la gravità dell'accaduto. E in un territorio come il Giappone, sottoposto non solo a terremoti ma a tsunami, il costo di una maggiore precauzione per gli impianti di raffreddamento è stato tenuto il più basso possibile senza tenere conto dei rischi solamente per fare più profitto!

e) in tutto il mondo non è stato mai risolto il problema dello smaltimento delle scorie mucleari. Nell'immenso deposito scavato in una montagna di Yucca Mountain in USA si sono dovuti fermare i lavori, il maggiore deposito in miniere di sale della Germania si è dimostrato contaminato con pericoli per le falde acquifere, ecc. Il combustibile nucleare delle nostre centrali fermate è in gran parte ancora lì dopo 25 anni. D'altra parte un Paese come il nostro che non riesce a risolvere il problema dei rifiuti può dare garanzie sui rifiuti nucleari?

f) l'Italia è un paese sismico, dove l'ospedale e la casa dello studente dell'Aquila sono crollate perché al posto del cemento è stata usata sabbia. Può dare garanzie sugli impianti nucleari? E la presenza di criminalità organizzata a livelli preoccupanti può liberarci da particolari preoccupazioni nella scelta e costruzione di centrali atomiche?

g) ultima osservazione: anche se molti minimizzano gli effetti delle radiazioni nucleari, una cosa si può dire con certezza: gli effetti delle radiazioni a bassi livelli ma per tempi estremamente lunghi sugli esseri viventi non sono stati mai chiariti. Non deve essere solo il fumo a preoccupare l'opinione pubblica!

Per tutte queste ragioni penso che in Italia l'uso dell'energia nucleare non sia raccomandabile, perlomeno in questa fase della nostra storia, ed invece un miscuglio di diverse fonti di energia (eolica, solare, idrica, gas, geotermica) potrà sopperire ai nostri bisogni, accompagnato da una maggiore ricerca scientifica ed un diverso modello di vita con maggiore eliminazione degli sprechi. Io voto sì.

Tratto da www.repubblica.it
(10 giugno 2011)

martedì 8 marzo 2011

In occasione della festa della donna pubblico questa lettera di suor Rita Giaretta scritta qualche tempo fa

Lettera aperta da Caserta di suor Rita Giaretta
Caserta, 27 gennaio 2011, Festa di Sant’Angela Merici

«Se verrete a conoscere chiaramente che sono in pericolo la salvezza e l’onestà delle figliole, non dovrete per niente consentire, né sopportare, né aver riguardo alcuno, se non potrete provvedere voi, ricorrete alle madri principali e, senza riguardo alcuno,siate insistenti, anche importune e fastidiose» (Sant’Angela Merici).

Da anni, insieme a tre mie consorelle (suore Orsoline del S. Cuore di Maria), sono impegnata in un territorio a dire di molti “senza speranza”. Un territorio, quello casertano, sempre più in ginocchio per il suo grave degrado ambientale, sociale e culturale, dove anche la piaga dello sfruttamento sessuale, perpetrato a danno di tante giovani donne migranti, è assai presente con i suoi segni di violenza e di vera schiavitù.

Come donna, come consacrata, provocata dal Vangelo di Gesù che parla di liberazione e di speranza, insieme alle mie consorelle, ho scelto di “farmi presenza amica” accanto a queste giovani donne straniere, spesso minorenni, per offrire loro il vino della speranza, il pane della vita e il profumo della dignità.

Oggi, osservando il volto di Susan chinarsi e illuminarsi in quello del suo piccolo Francis, scelto e accolto con amore, ripensando alla sua storia – una tra le tante storie accolte, la quale ancora bambina (16 anni) si è trovata sulle nostre strade come merce da comprare, da violare e da usare da parte di tanti uomini italiani – sono stata assalita da un sentimento di profonda vergogna, ma anche di rabbia.

Ho sentito il bisogno, come donna, come consacrata e come cittadina italiana, di chiedere perdono a Susan per l’indecoroso spettacolo a cui tutti, in questi giorni, stiamo assistendo. E non solo a Susan, ma anche alle tante donne che hanno trovato
aiuto e liberazione e alle tante, troppe donne, ancora schiave sulle nostre strade. Ma anche ai numerosi volontari e ai tanti giovani che insieme a noi religiose credono nel valore della persona, in particolare della donna, riconosciuta e rispettata nella sua dignità e libertà.

Sono sconcertata nell’assistere come da “ville” del potere alcuni rappresentanti del governo, eletti per cercare e fare unicamente il bene per il nostro Paese, soprattutto in un momento di così grave crisi, offendano, umilino e deturpino l’immagine della donna. Inquieta vedere esercitare un potere in maniera così sfacciata e arrogante che riduce la donna a merce e dove fiumi di denaro e di promesse intrecciano corpi trasformati in oggetti di godimento.

Di fronte a tale e tanto spettacolo l’indignazione è grande!

Come non andare con la mente all’immagine di un altro “palazzo” del potere, dove circa duemila anni fa al potente di turno, incarnato nel re Erode, il Battista gridò con tutta la sua voce: «Non ti è lecito, non ti è lecito!». Anch’io oggi, anche a nome di
Susan, sento di alzare la mia voce e dire ai nostri potenti, agli Erodi di turno, non ti è lecito! Non ti è lecito offendere e umiliare la “bellezza” della donna; non ti è lecito trasformare le relazioni in merce di scambio, guidate da interessi e denaro; e soprattutto oggi non ti è lecito soffocare il cammino dei giovani nei loro desideri di autenticità, di bellezza, di trasparenza, di onesta. Tutto questo è il tradimento del Vangelo, della vita e della speranza!

Ma davanti a questo spettacolo una domanda mi rode dentro: dove sono gli uomini, dove sono i maschi? Poche sono le loro voci, anche dei credenti, che si alzano chiare e forti. Nei loro silenzi c’è ancora troppa omertà, nascosta compiacenza e forse sottile invidia. Credo che dentro questo mondo maschile, dove le relazioni e i rapporti sono spesso esercitati nel segno del potere, c’è un grande bisogno di liberazione.

E allora grazie a te, Susan, sorella e amica, per aver dato voce alla mia e nostra indignazione, ora posso, come donna consacrata e come cittadina, guardarti negli occhi e insieme al piccolo Francis respirare il profumo della dignità e della libertà.

Sr. Rita e sorelle comunità Rut

sabato 26 febbraio 2011

Per capire realmente cosa è l'Europa - Un'intervista di Gianni Borsa al nuovo Presidente del parlamento europeo

Dal luglio 2009 è presidente del Parlamento europeo, primo deputato di un paese dell’est ad assumere questa carica. Il polacco Jerzy Buzek, nato nel 1940 in Slesia, ingegnere, ha iniziato l’impegno politico nel 1980 con la nascita di Solidarnosc. Dopo aver partecipato in prima fila alla vita del sindacato libero (tra i fattori decisivi per la caduta della Cortina di ferro nel 1989), ha svolto attività politica nel suo paese, fino ad assumere, fra il 1997 e il 2001, la carica di primo ministro a Varsavia. Il suo contributo all’ingresso della Polonia nell’Ue è ampiamente riconosciuto. Gianni Borsa per SIR Europa lo ha intervistato alla vigilia della sua visita a papa Benedetto XVI, prevista per lunedì 28 febbraio.

Un papa tedesco e un presidente del Parlamento europeo polacco si incontrano in Vaticano. Ci saranno molti temi in agenda. Su quali intende attirare l’attenzione di Benedetto XVI? Cos’ha da dire o da chiedere l’Europa di oggi a un uomo di fede e di cultura come Joseph Ratzinger e alla Chiesa cattolica?
“Noi politici in Europa dovremmo piuttosto ascoltare quello che un uomo di fede e di cultura come Joseph Ratzinger ha da dire. Dopo tutto, non è soltanto un capo di Stato, ma è prima di tutto il supremo pontefice della Chiesa cattolica: una comunità di credenti che ha dato forma all’Europa. Le stesse fondamenta dell’Unione europea sono state poste da democristiani come Schuman, De Gasperi e Adenauer, che si sono ispirati agli insegnamenti della Chiesa. L’Ue riconosce, nel preambolo del suo Trattato di fondazione, il retaggio culturale, religioso e umanistico dell’Europa come propria fonte di ispirazione. È chiaro che la cristianità è stata una grande fonte di ispirazione per l’Europa. Anche il Trattato di Lisbona fornisce una base legale – per la prima volta – al dialogo istituzionale tra l’Unione e le comunità religiose. Ho già rappresentato il Parlamento europeo in tali incontri. L’anno scorso, abbiamo avuto un dialogo con i rappresentanti delle Chiese cattolica, protestante e ortodossa oltre che del giudaismo e dell’islam, su come l’Unione europea possa combattere la povertà e l’esclusione sociale. In qualità di presidente del Parlamento europeo, sono onorato di essere ricevuto da papa Benedetto XVI. In un periodo di grandi cambiamenti in Europa e nel mondo, tutti noi abbiamo bisogno di qualche orientamento. L’est e l’ovest finalmente crescono di pari passo. Noi, in Europa, stiamo cominciando a respirare nuovamente con tutti e due i polmoni, come aveva chiesto il grande Giovanni Paolo II nel suo discorso al Parlamento europeo di Strasburgo nel 1988. Quando un papa tedesco e un presidente polacco del Parlamento europeo si incontrano, possiamo essere grati di ciò che abbiamo conseguito finora. Ancora molte sfide ci attendono. So che forse una delle più grandi preoccupazioni della Chiesa cattolica in questi giorni è la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente. Si tratta di una preoccupazione che qui, al Parlamento europeo, condividiamo profondamente, e stiamo incoraggiando Catherine Ashton, Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, ad aprire la strada con misure concrete in difesa della libertà religiosa”.

Quali sono le grandi sfide che l’Ue ha dinanzi a sé in questa fase? Quelle in cui occorrere “più Europa”, una maggiore integrazione fra i popoli e gli Stati del continente? E cosa pensa, in tale contesto, a proposito della crescita di fenomeni preoccupanti come il populismo, le nuove forme di nazionalismo, la xenofobia?
“Oggi, l’Europa deve trovare il suo posto nel mondo. Il rafforzamento della nostra unità e della nostra performance economica è un requisito fondamentale in questo sforzo, ma dobbiamo andare oltre. Dobbiamo infondere vita al Trattato di Lisbona, specialmente nel settore della politica estera. L’Unione europea ha bisogno di mezzi sufficienti a garantirsi un posto adeguato nel mondo, dove le economie emergenti, come la Cina, l’India e il Brasile, sono sempre più influenti. Parlo di mezzi sia politici che di bilancio; gli stati membri dovrebbero essere consapevoli che è nel loro interesse rafforzare la posizione della baronessa Ashton e aumentare il budget dell’Ue per la politica estera. Possiamo in realtà risparmiare denaro se condividiamo e mettiamo insieme le nostre risorse e le nostre competenze. Insieme, possiamo ottenere molto di più a livello internazionale. Si guardi, per esempio, alla politica energetica dell’Unione europea, una delle mie priorità: se supportiamo gli investimenti europei per la creazione di un mercato energetico veramente continentale, potremo anche parlare con una sola voce sul mercato internazionale delle forniture energetiche, che è sempre più competitivo. Soltanto insieme possiamo influenzare la risposta internazionale al cambiamento climatico e stabilizzare il prezzo che ogni cittadino deve pagare per l’elettricità e il combustibile. Questo è quello che io chiamo un valore aggiunto europeo. L’integrazione europea ha sempre due dimensioni: riunire le nazioni europee in un’unica Unione e supportare ogni cittadino nella ricerca del proprio posto in una società globalizzata. Si prendano ad esempio la sfida globale della migrazione, la sfida europea dell’invecchiamento delle società e la sfida locale della disintegrazione delle comunità: tutte interconnesse tra di loro. L’immigrazione verso l’Europa è un dato di fatto e aumenterà negli anni a venire. Dovremo trovare una risposta europea a questo problema, ma non dobbiamo dimenticare il nostro debito nei confronti delle nostre famiglie e della coesione sociale di ogni comunità locale. Posso capire che alcuni cittadini si sentano persi in un mondo globalizzato, dove le decisioni prese dall’altra parte del pianeta possono influenzare la nostra esistenza quotidiana, ovunque viviamo. In un mondo del genere, in cui il tempo e lo spazio sembrano sospesi, aumenta la tentazione di difendere le identità locali in modo semplicistico. Il nazionalismo, la xenofobia e il populismo sono alcune di queste tentazioni. Dobbiamo combattere tali fenomeni, pur prendendo sul serio le preoccupazioni dei nostri cittadini”.

Lei si è più volte espresso in questi mesi su argomenti cari ai credenti, come i valori etici, la libertà di religione, il sostegno alle famiglie… L’Europa politica, quella di Strasburgo e Bruxelles, è attenta a questi aspetti della vita di ogni giorno?
“Certo che lo siamo. Ci sono problemi che riguardano i cittadini che ci hanno eletto. La libertà di religione è uno dei diritti umani più fondamentali, una delle componenti più intime della dignità umana. Non possiamo rimanere indifferenti quando la gente viene uccisa per ciò in cui crede, non importa se siano cristiani, musulmani, ebrei o agnostici. Quello che è successo alle comunità cristiane in Medio Oriente negli ultimi anni non può essere ignorato. Non vogliamo insegnare niente agli altri paesi, ma dobbiamo prendere le parti degli oppressi e dei vulnerabili. Dobbiamo garantire che i cristiani abbiano un futuro in questa regione, che possano prosperare, che possano vivere dignitosamente e che non abbiano bisogno di fuggire, specialmente perché vi abitano da duemila anni. Questa affermazione comporta, tuttavia, di doverci ispirare ad un esempio. Ricevo gravi lamentele da varie parti d’Europa su come vengano trattati alcuni immigrati. Sono felice che almeno a Roma i musulmani possano praticare il culto in una bella moschea, che è stata visitata negli ultimi anni da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Lei ha anche citato il sostegno alle famiglie: questo è un punto fondamentale per noi, in Europa. L’Ue ha rafforzato il principio di sussidiarietà, che è stato messo a punto dalla dottrina sociale della Chiesa, nel Trattato di Lisbona. In base a tale principio, le famiglie sono il cuore stesso di tutta la società umana. Dobbiamo proteggerle e accudirle. Nel suo ristretto ambito di competenza al riguardo, il Parlamento europeo ha fatto molto per migliorare le condizioni lavorative di padri e madri. Soltanto l’anno scorso, l’Europarlamento ha votato a favore di una proroga del permesso di maternità oltre le 14 settimane, che sono attualmente lo standard minimo. I governi nazionali dell’Unione non hanno ancora raggiunto un accordo in merito a tale misura, ma spero che lo facciano presto. In questo contesto, non dobbiamo dimenticare la questione delle pari opportunità tra uomini e donne. I cambiamenti demografici, che ho citato in precedenza, non sono l’unica ragione per cui dobbiamo sbloccare le potenzialità professionali delle donne. Vita professionale e vita familiare non devono essere in contraddizione!”.

Non di rado lei richiama le sue radici, gli anni nella Polonia comunista, l’impegno per ricostruire la libertà e la democrazia… In questi 20 anni com’è cambiata l’Europa dell’est? In Polonia, Ungheria, Estonia o Bulgaria l’opinione pubblica è ancora favorevole all’integrazione comunitaria? Le persone hanno tratto benefici dall’ingresso nell’Ue? E l’Ue potrebbe ingrandirsi ancora? Ci sono cinque paesi candidati all’adesione e altri che bussano alle sue porte…
“Quando ho cominciato la lotta per la libertà nel movimento Solidarność, 31 anni fa, non avrei neppure potuto sognare quello che sarebbe successo. Il fatto che la lotta popolare per la libertà si sia conclusa così presto e con successo ha superato le nostre aspettative più ottimistiche. Chi avrebbe pensato che l’est e l’ovest si sarebbero riuniti? Chi avrebbe pensato che sarebbe caduta la Cortina di ferro? Abbiamo ottenuto così tanto in così poco tempo. Oggi siamo liberi, il nostro destino è nelle nostre mani e siamo orgogliosi di far nuovamente parte della grande famiglia europea. Gli allargamenti dell’Ue sono riusciti a trasformare il nostro continente negli ultimi 20 anni e anche prima, considerando la democratizzazione di Grecia, Portogallo e Spagna negli anni Ottanta. La prospettiva dell’allargamento ha contribuito a stabilire una pace duratura nei Balcani occidentali. Può esserci una sola Europa per tutti! La storia dell’integrazione europea ha mostrato i vantaggi dell’apertura e della solidarietà. Quei valori sono centrali anche per la cristianità. L’Unione crescerà ulteriormente in futuro e dovremo trovare i modi per gestirla. L’Europa è energica, viva e mutevole. È un progetto in costruzione. Tutti i paesi europei hanno la prospettiva di diventare membri dell’Unione, quando saranno pronti”.

L’Ue non deve essere una “fortezza” chiusa in se stessa, ma deve aprirsi alle frontiere globali. Lo hanno più volte ricordato anche i Pontefici e altri leader religiosi. Di recente si sono affrontati, sotto diversi punti di vista, i casi di Egitto, Libia, Tunisia, Sudan, Haiti, Iraq, Pakistan, Medio oriente. In effetti si ha l’impressione che l’Ue stia timidamente acquistando la statura di un protagonista mondiale. Qual è la sua impressione?
“Domanda importantissima! Come ho già detto, l’Europa deve trovare il suo posto nel mondo. Non vogliamo più interpretare soltanto il ruolo di quello che paga, dobbiamo diventare anche protagonisti. In primo luogo, dobbiamo trovare una risposta agli sviluppi dei nostri vicini più prossimi. Gli eventi che si verificano in Libia, Tunisia, Egitto e in tutto il mondo arabo ispirano speranza. Dal primo momento, ho sostenuto in pieno le legittime aspirazioni dei popoli. Come vicini, amici e partner, dobbiamo proteggere i fiori della libertà. Dobbiamo accompagnare i popoli del sud nella lunga strada verso la vera democrazia che stanno così coraggiosamente perseguendo. Desideriamo facilitare la libertà e la prosperità dei paesi nostri vicini. In questo contesto, è più urgente che mai ridefinire la politica europea di vicinato, che attualmente non è all’altezza della sfida. Sottolineo che la delegazione ad hoc dell’Europarlamento è stata la prima missione ufficiale europea a visitare la Tunisia. Ha raccolto informazioni e sta preparando i passi successivi. Abbiamo deciso di inviare un’altra delegazione in Egitto. Il Parlamento europeo ha inoltre chiesto una conferenza internazionale dei donatori per assistere e stabilizzare le giovani forze democratiche dei nostri vicini”.

Infine: se le chiedessimo di inviare un messaggio ai giovani, cosa direbbe loro?
“Non perdete fiducia nel bene che possiamo fare. Non perdete la speranza che questo possa essere realizzato. Voi siete l’Europa e noi abbiamo bisogno che voi sosteniate l’Europa. Non ho dubbi che sappiate perfettamente cosa farne in futuro”.

Intervista a cura di Gianni Borsa
24 febbraio 2011

Tratta da www.agensir.it

martedì 11 gennaio 2011

La Scuola di politica del Centro San Rocco


La politica vive oggi la sollecitazione di sfide inedite e la complessità di crisi radicali: oltre un’attualità spesso urlata e chiusa su se stessa, recuperare una nozione condivisa e partecipata di politica significa intercettare le esigenze di nuove forme di cittadinanza, dare vita ad adeguate modalità di partecipazione, inaugurare spazi in cui tornino a legarsi in maniera feconda diritti dei cittadini e doveri dei governanti, impegno e senso critico, controllo e responsabilità. La Scuola diocesana di politica, che s’inscrive tra le attività promosse dal Centro San Rocco, si propone di fornire gli strumenti concettuali per riscoprire una politica al servizio del bene comune, operare un maturo esercizio di discernimento, formare cittadini laici impegnati nella promozione della persona e nella vita buona della comunità e delle istituzioni.

Le attività della Scuola sono destinate a quanti hanno a cuore il bene della comunità nella quale vivono e in relazione alla quale intendono intraprendere un percorso di formazione e approfondimento, con l’intenzione di lasciarsi coinvolgere e interrogare dalla riflessione e dalla discussione. La quota annuale d’iscrizione è di euro 15, come segno di responsabilità e garanzia dell’impegno dei partecipanti: ciascun iscritto, a fronte di ciò, riceverà del materiale didattico e di approfondimento. L’iscrizione si può effettuare presso la Segreteria del Centro San Rocco o via internet (www.centrosanrocco.it). Il pagamento della quota verrà richiesto al termine del primo incontro. La frequenza per chi s’iscrive è obbligatoria. Il ciclo è anche aperto ad uditori che non possono garantire una presenza a tutti gli incontri. Alla fine del corso verrà rilasciato agli iscritti un attestato di partecipazione.

La Scuola diocesana di formazione all’impegno sociale e politico intende, nella sua prima edizione, mettere a tema un rapporto tornato di stretta attualità, quello tra politica e anti-politica, al fine di dare profondità storica ad una dialettica che sta assumendo oggi toni patologici e recuperare categorie e concetti che permettano di riscoprire le radici e i motivi della buona politica. Avviare un percorso di formazione all’impegno politico nell’epoca del disincanto della politica è la sfida che il centro San Rocco vuole raccogliere nel suo primo anno di vita, provando ad intessere un percorso in cui dare risposta ad alcuni interrogativi radicali: vi è un diritto a disinteressarsi della politica? quale è il luogo migliore per dare giusta voce al dissenso? cosa si intende per buona politica? Quali sono i fondamenti antropologici della politica? cosa si intende per anti-politica? si può parlare di un’anti-politica fisiologica?

Con questo intento nasce un percorso che si radica su una vocazione prioritaria e vive essenzialmente due momenti. La vocazione è quella di offrire occasioni di dialogo, partecipazione e confronto: è per questo che si è cercato di far incontrare esperienze, prospettive e bagagli culturali differenti; è per questo che in ogni appuntamento sarà lasciato ampio spazio al dibattito; è per questo che si è ritenuto prezioso pensare a dei momenti seminariali.

In tal senso si può dire che la scuola avrà una sua fase pubblica, aperta a tutti, che si declina su sei appuntamenti, di cui cinque lezioni magistrali e una tavola rotonda, ma anche una serie di appuntamenti dedicati esclusivamente agli iscritti, che con loro verranno decisi e concordati e che verrano incastonati nel corso dello sviluppo degli incontri del sabato e al loro termine (incontri con amministratori, seminari di approfondimento di alcuni testi, lettura della Parola). In relazione a quest’ultimo aspetto si colloca anche l’idea di offrire del materiale di approfondimento per la lettura a casa, che prevede l’indicazione di alcuni volumi, sui quali si tornerà in uno degli appuntamenti seminariali, ma anche una raccolta di articoli, contributi e saggi, indicati via via dari relatori, che gli iscritti troveranno già inclusi nel pacchetto di materiale didattico che verrà consegnato loro al momento del versamento della quota di iscrizione.

Sabato 29 gennaio - ore 17
Marco Olivetti - Docente di Diritto Costituzionale, Università di Foggia
Attualità e vitalità della Costituzione nell’epoca della sfiducia

Sabato 5 febbraio - ore 17
Marco Cangiotti - Docente di Filosofia Politica, Università di Urbino
Fondamenti antropologici della politica

Sabato 26 febbraio - ore 17
Matteo Truffelli - Docente di Dottrine politiche europee, Università di Parma
Per una storia dell’Italia antipolitica

Sabato 19 marzo - ore 17
Roberto Gatti - Docente di Filosofia politica, Università di Perugia
Il soggetto post-moderno e il declino della politica

Venerdì 25 marzo - ore 17,30
Mons. Arturo Aiello - Vescovo di Teano-Calvi
I cattolici in politica: la spiritualità linfa dell’impegno

Sabato 9 aprile - ore 17
Il civile e il sociale: quale contributo per una buona politica?
Claudio Gentili - Direttore Education di Confindustria
Vinicio Albanesi - Presidente Comunità Capodarco
Mario Dupuis - Fondatore Opera Edimar

Per iscriversi o richiedere la brochure in pdf, inviare una mail a:
segreteria@centrosanrocco.it

Per info sul centro, visitare
www.centrosanrocco.it

martedì 21 dicembre 2010

TANTISSIMI CARI, VERI E PIENI AUGURI DI BUON NATALE

Un augurio un po' particolare, che trova voce nelle belle parole della Comunità di Taizé:
un augurio rivolto a chi è ancora ragazzo fuori e a chi non smette di esserlo dentro,
un augurio di rinascita ed entusiasmo ad una generazione di ragazzi che fatica a vedere nitidamente il futuro,
un augurio di coraggio e sapienza ad una generazione che è stata giovane e che ora è chiamata ad accompagnare i giovani!!
Buona Natale, di cuore!!


Beati Noi Ragazzi
Se avremo il coraggio dell'autenticità
quando falsità e compromesso
sono più comodi: la verità ci renderà liberi.
Se costruiremo la giovinezza
nel rispetto della vita e nell'attenzione dell'uomo
in un mondo malato d'egoismo:
daremo testimonianza di amore.
Se, in una società deturpata dall' odio e dalla violenza,
sapremo accogliere e amare tutti,
saremo costruttori e artigiani della pace:
"I giovani e la pace camminano insieme".
Se sapremo rimboccarci le maniche
davanti al male, al dolore, alla disperazione:
saremo, come Maria, presenza amica e discreta
che si dona gratuitamente.
Se avremo il coraggio di dire in famiglia, nella scuola,
tra gli amici che Cristo é la certezza:
saremo sale della terra.
(Comunità di Taizè)