giovedì 15 aprile 2010

IL BRUTTO DELLA POLITICA.

Note sparse, a margine de “Il bello della politica” di padre Giacomo Costa
(«Aggiornamenti sociali», aprile 2010)


Scrive Ilvo Diamanti, a conclusione di una delle sue “Mappe”, su “Repubblica”, qualche giorno fa: “Il tempo dell'elettore fedele è finito. Siamo nell'era dell'elettore scettico. Non è privo di valori, non è senza preferenze politiche. Ma ha bisogno di buone ragioni per votare un partito o un candidato. E prima ancora: per votare”. Nel suo editoriale di aprile, padre Giacomo Costa scrive: “Nel nostro Paese non mancano le persone seriamente impegnate nella costruzione di modelli di vita alternativi, che si interrogano autenticamente su come vivere insieme, che provano a declinare in una congiuntura tutt'altro che semplice i valori della solidarietà, della giustizia, della sostenibilità, e che accettano la sfida di cercare di costruire una società dal volto più umano per tutti coloro che la abitano […]. Anche fra queste persone sono evidenti i segnali di perplessità, scetticismo, sdegno e fastidio nei confronti della politica e ancor più dei politici. Tra i cattolici, non pochi, pur senza negare in teoria la possibilità di agire come credenti in politica, ritengono che nelle attuali condizioni ciò non possa di fatto accadere senza compromessi inaccettabili per chi vuol vivere in pieno il Vangelo. La tentazione di tirarsi indietro, non solo dall'impegno diretto ma anche dal voto, diventa sempre più forte a ogni elezione”.
Due penne, due stili, due prospettive differenti, ma un medesimo comune problema, una medesima condivisa consapevolezza: l’arretramento progressivo, accelerato e logorante della soglia della fiducia nella politica, giunto ad uno dei suoi atti più forti, l’astensionismo. Lo scollamento tra coloro che vivono la realtà e coloro che la rappresentano nei luoghi della politica ha raggiunto una radicalità tale che coinvolge l’unico reale strumento di partecipazione diretta che ogni cittadino possiede; strumento che però – ed è forse questa una delle più sottili differenze rispetto al recente passato – sembra quasi non essere delegittimato in sé, ma usato in maniera diversa: l’astensione in questo critico frangente storico del nostro paese non è semplicemente manifestazione di disattenzione, ma, piuttosto, di disaffezione. Quando la politica non si dimostra più attenta ai problemi reali, i cittadini non si dimostrano più affezionati al primo strumento di partecipazione politica. Anche se questo probabilmente non vuol dire che non siano attenti a quanto succede attorno a loro.
La riflessione del direttore di Aggiornamenti Sociali si può dire parta in un certo senso là dove Diamanti chiude la propria analisi “sociologica”, proprio per provare ad argomentare la strana convivenza tra impegno (civile e civico) e sfiducia (politica), che è forse uno dei fenomeni più interessanti a cui stiamo assistendo. In ritratti troppo spesso banalizzati, semplificati e artefatti del nostro paese (basti citare, giusto per fare un esempio, quale affresco spesso emerga del nostro Meridione, senza che nessuno tratteggi mai, invece, i contorni e le fisionomie di comunità e persone, spesso impegnate in parrocchia, che tengono vive intere fette di Sud e di Paese) si tende infatti a mettere sul piatto due tipi di considerazioni: a sinistra, giusto per intenderci, l’analisi che emerge è quella che mette capo sostanzialmente, ed ancora, alle stra-note parole di Bobbio, per cui non vince Berlusconi in quanto tale, ma “la società che i suoi mass media, la sua pubblicità, hanno creato. È la società che gode nel vedere insulse famigliole riunite intorno ad un tavolo che glorificano questo o quel prodotto”; a destra, giusto per intenderci, si crede che basti sventolare lo spettro del comunismo, scialacquare la parola amore e etichettare tutto con la “politica del fare”, per catalizzare l’elettorato. Ma, mettendo per una volta da parte quella fetta del nostro paese che può corrispondere a tali semplificazioni e che costituisce l’elettorato fidelizzato, la nota più curiosa che l’ultima tornata elettorale ci ha consegnato è proprio il disimpegno politico di chi s’impegna civicamente (possiamo infatti pensare che nella sempre più alta percentuale di astensionisti non comincino ad essere implicati proprio questi ultimi?), ovvero, tradotto, la sempre più ampia sfiducia nei confronti della politica e dei politici anche da parte di chi “non è privo di valori”, per dirla alla Diamanti, o “delle persone seriamente impegnate”, per citare Costa.
Sotto questo punto di vista, il direttore di “Aggiornamenti Sociali” offre alla nostra riflessione tre nodi importanti: un circolo vizioso, un paradosso e un’ipotesi di lavoro.
Il circolo vizioso è tutto interno al fenomeno di personalizzazione della politica: più le attese, le speranze e la fiducia riposano esclusivamente sulla figura di un leader carismatico, più si allentano i meccanismi delle mediazioni e della pazienza. La ricerca affannata di un leader a sinistra, il successo del leader di destra (terrei fuori da questa querelle il “messianismo” dell’Obama statunitense: lì il fattore di essere il primo Presidente di colore amplifica la portata simbolica e rende tutto più eccezionale) rivelano la difficoltà odierna ad attrarre attraverso un progetto e implicano l’abbandono preventivo di ogni “realismo del gestire una complessa macchina amministrativa” e “della fatica della pazienza che inevitabilmente accompagna la produzione del mutamento sociale”. I tempi del “life is now” con il tempo del leader stanno cancellando i tempi delle stagioni fisiologiche della politica.
Il paradosso è quello di una società della comunicazione in cui sono spezzate le vie di comunicazione tra amministratori e amministrati. Anche in questo caso padre Costa coglie nel segno: “Oggi i cittadini hanno con i politici un contatto essenzialmente mediatico: dunque inevitabilmente «mediato», e spesso anche in certo qual modo falsato e distorto, più virtuale che reale. Così aumentano la sensazione di distanza dalla politica e la percezione che i politici sono più preoccupati di mantenere i loro privilegi (di «casta») che interessati ad affrontare i problemi concreti della vita reale. Per chi si occupa della cosa pubblica si presenta quindi la sfida di rinsaldare, o creare, un legame forte con i cittadini comuni, condividendone il vissuto quotidiano per comprendere dall'interno e affrontare i loro problemi e le loro esigenze”. Nella società in cui tutti possono comunicare e la comunicazione è sempre più virtuale, la politica non veicola, attraverso i mezzi di comunicazione, progetti credibili, ma un continuo sterile discorso su stessa, fino a rintanarsi in una sorta di facebook dai contatti limitati, tutta tesa a coltivare i semi, ad innaffiarli e togliere l’erbaccia nella propria Farmville.
Ed infine l’ipotesi: riscoprire un nuova rapporto tra autorità e potere. “L'idea che l'autorità e il potere consistano essenzialmente nel controllo è molto potente e soprattutto funzionale agli interessi di chi vede la società come il luogo dell'affermazione di sé o della massimizzazione dei propri vantaggi, anziché della costruzione di opportunità di vita buona per tutti, sulla base dell'originalità di ciascuno”, mentre è sempre meno diffusa una visione del potere la cui autorevolezza si radica essenzialmente su due fattori. In primo luogo far fiorire nel senso di portare all’essere: “Il termine «autorità» reca in sé il significato etimologico di «generare», di «lasciare originare dal proprio seno», di «portare all'esistenza». Per questo chi esercita autorità, il leader, è colui che si riconosce «autore» (dal latino auctor, letteralmente «il promotore», «colui che fa avanzare»), cioè permette ad altri di crescere e di diventare a loro volta leader. Una affermazione di tale portata risulta in un certo senso paradossale, perché sovverte la visione ordinaria dei rapporti di autorità, che sono di norma considerati contrattuali e asimmetrici, trasformandoli in relazioni d'influenza non coercitiva e non contrattuale”. In seconda istanza, non considerarsi indispensabile: il potere persiste a chi lo esercita e l’autorevolezza di chi lo esercita per un lasso di tempo consiste anche nel saper costruire il futuro del ruolo che egli incarna e della realtà sulla quale lo esercita, pensando costantemente al “dopo di sé”.
In uno splendido romanzo, Saggio sulla lucidità, Saramago racconta, con i tratti di un giallo politico, la storia di un paese e di una città senza nome in cui, nella tornata delle elezioni amministrative, la gente non diserta i seggi, ma vota scheda bianca: cosa ne consegue? Ne segue che nessuno dei politici di turno inizia ad interrogarsi e ad interrogare i cittadini sul perché di una scelta tanto incomprensibilmente coesa, ma inaugura piuttosto una strategia del terrore, che finisce per ammantare la situazione di disaffezione con il fantasma della congiura anarchica di pochi che hanno sobillato molti. Lo scrittore portoghese ci permette allora di rilanciare ulteriormente la sfida, accompagnati dagli spunti di padre Costa, con un duplice compito: quello di aiutare i cittadini a capire che si può ancora votare scheda bianca per comunicare il proprio comprensibile senso di sfiducia, mentre disertare una tornata elettorale vuol dire in qualche modo delegittimarsi come tali; quello di aiutare i politici a capire che i segnali che arrivano dal mondo reale sono spesso più diretti e chiari e al tempo stesso più tragici e urgenti dell’immagine che loro tendono a cucirvi sopra per alleggerire propri doveri e proprie responsabilità.

martedì 13 aprile 2010

Una parentesi sull'editoria italiana: a partire da un provvedimento di cui si è sentito parlare poco

A rischio la libertà di stampa
Francesco Zanotti


Tratto da "Dialoghi.net. Azione Cattolica e impegno culturale"
www.azionecattolica.it


Il Governo ha azzerato le agevolazioni postali per gli editori. Con un decreto del 30 marzo, entrato in vigore il primo aprile (ma non era un pesce d’aprile, purtroppo!), in un solo colpo sono state tolte tutte le integrazioni che lo Stato garantiva alle Poste, per compensare le tariffe applicate ai singoli editori. Si tratta di un vero e proprio colpo inferto a un settore importantissimo per l’intero Paese. Sono coinvolte migliaia di testate, piccole e grandi, dal Sole 24 Ore alle riviste missionarie, dai settimanali diocesani ai giornali delle associazioni no profit per finire con i libri e Famiglia Cristiana, solo per citare alcuni esempi noti al grande pubblico. Una vera e propria “mazzata” se si pensa che i rincari che fin da subito si sono dovuti affrontare partono da un minimo del 120 per cento per arrivare a 6-7 volte le tariffe in vigore fino al 31 marzo scorso. Un salasso per gli editori che si sono ribellati e hanno chiesto a gran voce un incontro col Governo perché tornasse sui suoi passi.

L’incontro si è svolto giovedì 8 aprile e non ha portato alcuna novità sostanziale. Il Governo ha ribadito l’indisponibilità a proseguire nelle integrazioni sulle tariffe postali, visti i tempi di vacche magre per il bilancio statale, e ha passato la patata bollente alle Poste. Nel primo trimestre 2010 sono stati esauriti i 50 milioni di euro messi in conto per l’anno in corso e così si è chiuso il rubinetto di questo gettito che garantiva un onere postale sostenibile per tantissime pubblicazioni. Ora si è fatta piazza pulita di questo intervento statale e da ieri (lunedì 12 aprile) sono convocati dal Governo tavoli tecnici cui partecipano le varie associazioni di editori che contratteranno con le Poste nuove tariffe da applicare che si avvicinino il più possibile a quelle agevolate precedenti, come auspicato dai rappresentanti del Governo. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta ha strappato all’amministratore delegato delle Poste, Massimo Sarmi, la promessa di fare entrare in vigore questi prezzi con decorrenza primo aprile. Uno spiraglio, in una situazione nuova e del tutto inattesa che rischia di fare chiudere tantissimi giornali e piccoli editori.

A questo punto è bene ribadire la ragione per cui lo Stato da anni concede ai giornali due tipi di contribuzioni, dirette e indirette. Fra queste ultime rientrano le agevolazioni sulle tariffe postali. È vero che ci sono sacche di inefficienza su cui si può migliorare, come ha dichiarato anche don Giorgio Zucchelli, il presidente della Fisc, la Federazione italiana settimanali cattolici che riunisce 186 periodici diocesani per un milione di copie a settimana, ma da quando esistono, i contributi statali sono serviti per mantenere in vita testate che altrimenti avrebbero chiuso i battenti. Il bene da tutelare è prima di tutto la pluralità delle voci, il cosiddetto pluralismo dell’informazione che deve stare a cuore a ogni cittadino.

Oggi ogni intervento dello Stato è visto come uno sperpero di denaro pubblico. Occorre distinguere le diverse situazioni. Per la stampa, per l’informazione in generale e per la cultura c’è un bene superiore da tutelare. Se si lascia tutto all’equilibrio del mercato si rischia di smarrire un bene di gran lunga superiore: avere più punti di vista sui fatti che ci riguardano. Non è una questione di poco conto. Anzi, si tratta di un patrimonio da salvaguardare per una democrazia che ama definirsi tale.

Nel caso specifico sono a rischio centinaia di giornali, molti dei quali radicati da decenni in un dato territorio, di cui spesso sono l’unica fonte di informazione. Oggi c’è il pericolo di far tacere queste voci, di mettere il bavaglio con “un colpo di scure alla libertà di stampa” (così il titolo di Avvenire a pagina 8 del 3 aprile) che non avrebbe precedenti negli ultimi decenni in Italia. È vero che occorre prepararsi alla liberalizzazione del mercato dei servizi postali che si avvierà dal 2011 in Europa, ma azzerare per decreto tutte le agevolazioni postali a campagne abbonamenti chiuse da tempo potrebbe mettere in ginocchio un intero settore e lasciare senza lavoro migliaia di addetti. Speriamo che dagli incontri di questa settimana emerga qualche notizia positiva, sempre che ci sia ancora qualcuno che la possa pubblicare.

domenica 21 marzo 2010

Per riflettere... (sul caso Ned a Campiglione)

QUANTO VALE UNA SPERIMENTAZIONE
di Andrea Braconi

(tratto da Corriere News.it)


Ogni fabbrica custodisce le proprie storie. Di lavoro. E di vita. Storie che puoi osservare dai volti. Storie che puoi ascoltare quando i cancelli tornano a chiudersi. Come quelli della Ned Silicon. E proprio dai volti degli operai è necessario partire per riflettere su di un’operazione che nel Fermano continua ad alimentare polemiche.
Le tracce di polvere derivante da carbon black sono lì, tra ciglia e zigomi, a raccontarci la paura di chi, dentro i capannoni dell’ex Sadam, dalla prima metà di febbraio si ritrova a svolgere 3 turni (di 8 ore) da 4 addetti ed un turno (sempre di 8 ore) da 5. Arrivando a lavorare anche 6 giorni su 7. Una produzione a ciclo continuo, finalizzata ad una sperimentazione su silicio per pannelli fotovoltaici.
Sono diciassette vite che in questi ultimi anni non hanno avuto nome e voce. Diciassette vite che sono state spesso strumentalizzate, dai sindacati, dai media e dalla politica.
Ma quel duplice livello di attenzione più volte rimarcato - la salute dei cittadini e quella dei lavoratori - a poche ore dalla manifestazione del 21 marzo torna di drammatica attualità.
Perché le parole hanno un peso. E se da un lato gli abitanti (ri)lanciano le proprie preoccupazioni per le emissioni, dall’altro gli operai qualche segnale di insofferenza - misto a difficoltà di respirazione e catarro color notte - fanno fatica a contenerlo.
Le fiamme che fuoriescono dal forno. Le mazze di ferro che colano. Le maschere di protezione che si deformano per le temperature troppo elevate. Le tute ignifughe che faticano a contenere il calore. L’aspirazione insufficiente a riequilibrare un ambiente avvolto da polveri. Le infiltrazioni di acqua dal tetto di quelli che una volta erano il locali del magazzino dello zucchero. Le difficoltà nella perforazione del foro di colata. E poi uno spogliatoio fatiscente, riscaldato da una semplice stufetta. Con uno scaldabagno che di funzionare proprio non ne vuole sapere.
Neanche stipendi che arrivano a sfiorare i 2.000 euro, frutto di “chiacchierati” accordi per il mantenimento del livello occupazionale, riescono a limitare l’inquietudine di chi in quell’attività non riesce a vedere un futuro. Accordi che in caso di chiusura della stessa Ned prevedono un incentivo all’esodo di 38.000 euro lordi (29.000 per chi interrompe prima il rapporto di lavoro o per chi ha rifiutato la chiamata), ma che nulla sembrano evidenziare sull’eventualità di un trasferimento, più volte paventato dai vertici della società e da esponenti della Regione Marche.
La scadenza del contratto è fissata al 31 maggio. Ma qualcuno sembra intenzionato a gettare la spugna molto prima. A condizioni lavorative precarie e ad una formazione che non riescono a non definire “scadente”, si amalgamano preoccupazioni per uno stato di salute già fortemente condizionato.
Ma una qualsiasi sperimentazione, per quanto strategica, vale tutto questo?

sabato 6 marzo 2010

Quale vulnus? Persino la realpolitk esce sconfitta da questa storia

La domanda mi sembra davvero scoppiettante nella sua semplicità (e forse per questo non è stata ancora posta a voce alta quasi da nessuno): cosa succederà da domani se un singolo finisse per presentare in ritardo una domanda per un concorso pubblico, arrivando venti minuti (o mezz’ora che sia) in ritardo, magari con qualche leggero vizio di forma sulla richiesta? O cosa dovrebbe avvenire (approssimandoci ad un caso analogo) nel più piccolo dei comuni del nostro paese se, alle elezioni comunali, una lista arrivasse fuori tempo o motivo massimo alla scadenza naturale e legale?
Al di là di Dl attuativi, interpretativi o altro (incluse le regolamentazioni costituzionali che regolano le firme del Capo dello Stato), mi sembra che il vero vulnus di tutta questa storia, trascurato in nome di una realpolitik che guarda alle reazioni dei cittadini solo quando divengono pericoloso strumento di intimidazione, è la riproposizione della distinzione pericolosa tra democrazia formale e democrazia sostanziale risolta dall’agghiacciante “argomento dei numeri”. Perché è questo a cui stiamo assistendo: la cancellazione delle regole in nome del peso numerico-politico. Si sarebbe avuta la stessa movimentazione pubblica e politica a parti invertite, ovvero se fossero stati, ad esempio, i radicali a combinare il pasticcio che in ben due regioni il PDl ha commesso?
Ritengo che quanto avvenuto in questi giorni sia metafora di molte degenerazioni della politica, ma in assoluto che introduca un precedente che “farà” inevitabilmente e pericolosamente costume.
Un precedente cioè che lascia passare, tra l’altro, due principi sinceramente un po’ strani: innanzitutto quello secondo cui le regole formali sarebbero fittizie, retoriche e barocche, nonché valide solo nel caso in cui non siano rispettate da altri; in secondo luogo quello secondo cui non è più l’elezione che si deve svolgere a decidere la forza di un partito, ma l’elezione precedente o il fatto che sia al governo (fino a prova contraria fino all'election day non si sa ancora quanti voteranno il partito X). Dato che in questa caso sarebbe rimasta fuori una parte notevole di elettori (sulla base dell’esito elettorale precedente, per l’appunto), la regola deve passare in secondo piano? La sostanza (ma, poi, al di là dei termini, di quale sostanza parliamo?) deve vincere sulla forma (pensi bene il nostro Presidente del Senato, seconda carica dello Stato, quando pronuncia queste parole, che la sua stessa carica è investita di formalità, che le sue parole devono essere esempio di rigore istituzionale e che la forma, quando si tratta di regole, e ancora più di leggi, non è retorica, ma spesso già sostanza)?
Altra trascurata declinazione poco confortante. Siamo di fronte nuovamente al crollo politico di ogni vincolo di responsabilità della classe dirigente nei confronti del suo elettorato (nient'altro che una delle manifestazioni concrete della crisi dei partiti): se i dirigenti di un partito hanno infatti delle cariche, queste comportano non solo onori, ma oneri, tra i quali quello di dovere testimoniare e spiegare alla propria base il perché, a causa di un proprio errore, quella stessa base sarà privata della possibilità di votare un proprio rappresentante. Testimonianza ulteriore, tra l’altro, di quanto il cordone ombelicale tra rappresentanti e rappresentati oggi non esista più e sia fittizio (solo evocato durante le elezioni, perfino dimenticato durante le legislature, strumentalmente richiamato nei casi tristi di questi giorni).
E se addirittura volessimo scendere da queste pure, asettiche, utopiche e improponibili considerazioni teoriche al piano della realpolitik , tanto invocata in queste ore (punto di partenza della stessa predisposizione al dialogo del Presidente Napolitano, al quale per autorevolezza mi rimetto), ci troveremmo di fronte ad un partito che, approfittando di un cavillo interpretativo e sventolando - stavolta guarda caso sì - la firma del Capo dello Stato, non compie nemmeno il minimo sindacale dei passi, ovvero, visto che si parla delle regole di tutti, provare a trovare una convergenza con le altre forze politiche (le quali, nel nome della medesima realpolitik o in assenza di una loro proposta concreta o in prospettiva di qualche loro errore futuro, senz'altro ne avrebbero discusso).
E se non c’è l’accortezza, nemmeno simbolica, di lanciare al paese il messaggio che sulle regole si decide tutti insieme; se non c'è la levatura politica di capire che qualora un governo decida unilateralmente su queste vicende finisce per rivelare in maniera esplicita la totale coincidenza e indistinzione tra maggioranza e organi istituzionali, come possiamo aspettarci che vengano ammessi pubblicamente gli errori e i responsabili ne chiedano pubblicamente scusa, per lo meno ai propri elettori (non a tutti, ci mancherebbe)?

Una spiegazione "economica" della crisi dei partiti

Loretta Napoleoni

Partiti in vendita


(tratto da Internazionale, del 5 marzo 2010)

In passato la politica era finanziata dai tesseramenti. Oggi dipende da sponsor a cui è difficile dire di no.

Ormai in occidente la politica è un prodotto come tanti altri: viene venduto attraverso gli spot pubblicitari, con l’aiuto di uomini e donne (poche) che recitano un copione scritto da una raffinata macchina della propaganda. Gli acquirenti naturalmente siamo noi, i cittadini consumatori. Lo scopo? I soldi più che il potere.

Sembrano frasi rubate alla versione moderna del capolavoro di George Orwell, 1984, dove il Grande Fratello (non quello televisivo) condiziona i cittadini attraverso il marketing. Invece sono le tristi constatazioni che fanno ogni giorno moltissimi occidentali.

Come siamo arrivati a questo punto? La risposta va cercata nei meccanismi di finanziamento dei partiti. Trent’anni fa si basavano quasi esclusivamente sul contributo degli iscritti. Alla fine degli anni ottanta il peso del tesseramento è sceso al 50 per cento e oggi è meno del 10 per cento. Nel 2004 più di un quarto delle entrate dei laburisti britannici – all’epoca il più grande partito della sinistra europea – proveniva dalle donazioni di 37 grandi sponsor, tra cui il magnate dell’acciaio Lakshimi Mittal. Solo l’8 per cento dei finanziamenti era garantito dal contributo degli iscritti.

I partiti somigliano sempre più a un’azienda e sempre meno a un’organizzazione che ha un programma politico. Questo spiega perché nel 1999 la Enron ha finanziato metà della campagna elettorale di George W. Bush. In cambio, una volta eletto, Bush ha concesso al gruppo energetico la tanto desiderata deregulation del settore. Il principio della democrazia mercato è quindi il classico do ut des, anche quando il baratto costringe il partito a contraddire il suo programma.

Naturalmente chi decide sono i leader. Nel 1997 Bernie Ecclestone, il capo della Formula 1, donò a Tony Blair un milione di sterline. In cambio il leader laburista gli permise di pubblicizzare le sigarette durante le gare automobilistiche in Gran Bretagna, anche se era vietato dalla legge e il New Labour era sempre stato contrario.

Thatcher e Reagan
È stata la rivoluzione neoliberista di Margaret Thatcher e Ronald Reagan a dare il via alla metamorfosi dei partiti. Li ha spogliati della componente popolare per trasformarli in macchine da guerra nelle mani di un’élite. In tutto l’occidente la base si è ristretta e la cupola si è rafforzata. Tra il 1978 e il 1999 i partiti francesi hanno perso il 64,5 per cento degli iscritti, pari a circa un milione di persone, mentre il numero dei tesserati nei partiti italiani e britannici si è dimezzato.

I politici moderni preferiscono gestire gli sponsor invece che gli iscritti al partito. E più gli sponsor sono ricchi, meno sono i controlli sull’origine dei fondi elargiti. Qualche anno fa l’intera giunta comunale di Marbella, in Spagna, fu arrestata perché, in cambio di ricchi finanziamenti, aveva concesso licenze edilizie a società che riciclavano il denaro sporco della mafia russa e truffavano i compratori degli immobili. Da anni i parlamenti e le democrazie occidentali sanno di essere minacciati da questi cambiamenti, ma non hanno la forza di contrastarli.

Nel 2006 la relazione della commissione parlamentare britannica sul finanziamento dei partiti affermava: “Il sistema che ha mantenuto in vita i partiti per più di un secolo si sta disgregando. Da quando il numero degli iscritti ha cominciato a calare i partiti sono diventati dipendenti dalle donazioni dei privati per finanziare le loro campagne elettorali”.

Struttura personale
La messa in vendita del partito al miglior offerente corrode la democrazia rappresentativa e di massa perché il partito-azienda è ormai una struttura politica ed economica “personale”, che tutela esclusivamente gli interessi dei politici e dei loro sponsor.

Il Popolo della libertà di Silvio Berlusconi ne è l’esempio migliore. Il premier lo finanzia quasi per intero e il partito promuove i suoi interessi e quelli dei suoi collaboratori, per esempio attraverso le leggi ad personam. Così David Mills evita il carcere per una serie di nuovi cavilli legislativi e intanto la protezione civile è diventata un vespaio di tangenti per gli esponenti del partito.

Dai tempi di Mani pulite il marketing della politica si è raffinato al punto che oggi “corruzione” è sinonimo di “sponsorizzazione”. Purtroppo i cittadini non hanno gli strumenti per opporsi, perché non dialogano più con il loro partito. Ecco perché Bush e Blair sono stati rieletti anche se tutti sapevano che avevano fatto dei favori ai loro sponsor.

E allora perché ci meravigliamo degli scandali delle ultime settimane? Da vent’anni le democrazie occidentali sono gestite da partiti e leader politici che si ispirano ai modelli del terzo mondo, dove i politici vendono favori al miglior offerente per finanziare costosissime campagne elettorali, inutili centri di ricerca e, perché no, anche appartamenti di lusso e barche principesche. Il tutto alla luce del sole. In confronto Bettino Craxi era un dilettante e tangentopoli una fiction.

Loretta Napoleoni è un’economista italiana che vive a Londra. Il suo ultimo libro è La morsa. Le vere ragioni della crisi mondiale (altri articoli di Loretta Napoleoni per Internazionale).

La scena e il laboratorio

La Regione dei cento teatri è di nuovo vicina all’appuntamento elettorale che dovrà decidere a chi spetta governarla nel prossimo quinquennio: non intendo entrare nel merito del valore umano e politico dei due principali candidati alla poltrona di governatore, Spacca e Marinelli; finirò per rispettare la par-condicio di questo periodo (almeno per quel che merita nel principio che la anima, tralasciando le derive delle ultime settimane – esempio televisivo in primis – in cui ci è stato data l’ennesima dimostrazione di cosa combina la tecnica quando non è governata da persone autorevoli e principi di spessore). Il senso di queste righe è infatti rendere esplicita una trasversale delusione, che, al momento, riguarda centro-destra e centro-sinistra su due ambiti differenti e per motivi diversi, ma tragicamente connessi ad alcune grandi voragini della politica nazionale.
Scrive Ilvo Diamanti ne La Repubblica del 14 febbraio scorso: “Perché oggi la metafora più adeguata per descrivere il sistema della rappresentanza (ben delineata dal filosofo Bernard Manin) richiama la "scena", dove si confrontano gli attori e il pubblico. Il quale può, certamente, decretare il successo oppure il decesso di un programma e (simbolicamente) di un attore. Ma, appunto, non è lui a decidere i palinsesti. Perché può solo reagire a un'offerta elaborata dall'esterno. A cui non partecipa”. Purtroppo, ma forse non paradossalmente, il candidato Marinelli ha dato alla luce il proprio slogan elettorale un po’ di tempo prima dell’analisi di Diamanti e non so se si sarebbe sentito di sposarlo ugualmente dopo queste parole (che costituiscono per certi versi l’alter ego “a sinistra” della plastica che si scioglie del “più liberale” Galli Della Loggia), ma, a questo punto, quello che davvero risulta rivelatore e imbarazzante è proprio lo slogan del centro-destra marchigiano: ”Insieme a voi per cambiare la scena”. Tana per Diamanti o per Marinelli? Senz’altro il sottoscritto spesso esagera nelle sottigliezze, ma ritengo più che emblematico di un certo stato sonnacchioso della coscienza civile della classe dirigente del nostro paese e in questo caso del centro-destra della nostra regione aver accettato e promosso uno slogan di questo tipo, di fronte al quale le alternative sono difficilmente più di due: o le parole non hanno più alcun significato o è oramai definitivamente sdoganata la simbiosi tra politica e scenografia, tra programma e sceneggiatura, tra protagonisti e attori, tra realtà e rappresentazione (quanta lucidità, quindi, in realtà, nelle parole di Diamanti).
Ma la “scena” della nostra Regione è anche quella di un “laboratorio”, in cui la politica nazionale ha deciso che, indipendentemente da molte realtà locali, si dovesse imporre una decisione emersa dai direttivi romani, al di là della coerenza, attenzione e continuità nei confronti della situazione e recente storia politica locale. E così i vertici del Partito Democratico hanno deciso che dovesse prevalere la linea dell’accordo con l’Udc, alla faccia dei quindici anni di governo ampio e positivo anche con la “sinistra più a sinistra”: non intendo con questo dire che non di debba sperimentare un nuovo dialogo con chi ha capito finalmente, con qualche anno di ritardo, cosa abbia significato per questo paese il berlusconismo, ma penso che il Partito Democratico – che partito ancora non è – continua a non avere la forza, l’autorevolezza, la dignità e gli argomenti per essere traino nei confronti di altre eventuali forze della coalizione/opposizione: se nel Lazio si è fatto scegliere il candidato da una battuta che forse la stessa Bonino faceva fatica a pensare che potesse diventare qualcosa di serio (senza primarie e senza un minimo dibattito pubblico), nelle Marche ha subito una scelta, facendo prevalere i conti matematici a tavolino sulla propria capacità di farsi protagonista e garante della forza di una coalizione più ampia (nell’incapacità di decidere se andare da soli e nell’incapacità di offrire una piattaforma programmatica ampia e attraente, ne segue la triste situazione di essere sempre sotto una sorta di “ricatto elettorale”: i numeri vincono sulla sostanza – come è ovvio che sia quando la sostanza non c’è). Non mi interessa qui affrontare la cancerogena voglia di scissione della sinistra radicale né il balbettio nazionale del partito di Casini, ma la grande nota politica che mi sta più a cuore è che il PD, che a Roma non sa dettare una politica nazionale, nelle Marche ne impone una locale costruita tutta sui numeri (di carta) piuttosto che capacità catalizzatrici.
Cosa ne resta? Da un lato la “scena” di ciò che la politica non si vergogna di dichiarare quando la rappresentanza diviene rappresentazione e dall’altro il “laboratorio” di ciò che la politica finisce inevitabilmente per essere quando si spera che l’esperimento produca da sé un’ipotesi (e non viceversa).

mercoledì 3 marzo 2010

Un Galli della Loggia come spesso obiettivo e come non mai duro

LA CRISI D’IDENTITA’ DEL PDL
Il fantasma di un partito

(Corriere della Sera, 3 marzo 2010)


La plastica si sta squagliando? Sembrerebbe. Certo è che coloro che si erano illusi dopo le elezioni del 2008 che il Pdl fosse diventato un partito più o meno vero, qualcosa di più di una lista elettorale, sono costretti ora a ricredersi. Non era qualcosa di più: spesso, troppo spesso, era qualcosa di peggio. Una corte, è stato autorevolmente detto.

Ma a quel che è dato vedere pare piuttosto una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz’ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica. E tra loro, mischiati alla rinfusa — specie nel Mezzogiorno, che in questo caso comincia dal Lazio e da Roma— gente dai dubbi precedenti, ragazze troppo avvenenti, figli e nipoti, genti d’ogni risma ma di nessuna capacità. E’ per l’appunto tra queste fila che a partire dalla primavera dell’anno scorso si stanno ordendo a ripetizione intrighi, organizzando giochi e delazioni, quando non vere e proprie congiure (e dunque non mi riferisco certo all’azione del Presidente Fini, il quale, invece, si è sempre mosso allo scoperto parlando ad alta voce), allo scopo di trovarsi pronti, con i collegamenti giusti, quando sarà giunto il momento, da molti dei cortigiani giudicato imminente, in cui l’Augusto sarà costretto in un modo o nell’altro a lasciare il potere.

Da quel che si può capire, e soprattutto si mormora, sono mesi, diciamo dalla famigerata notte di Casoria, che le maggiori insidie vengono a Berlusconi e al suo governo non già dall’opposizione ma proprio dalla sua stessa parte, se non addirittura dalle stesse cerchie a lui più vicine. Al di là di ogni giudizio morale tutto ciò non fa che mettere in luce un problema importante: perché mai la destra italiana, durante la bellezza di quindici anni, e pur in condizioni così favorevoli, non è riuscita che a mettere insieme la confusa accozzaglia che vediamo? Perché non è riuscita a dare alla parte del Paese che la segue, e che tra l’altro è quasi sicuramente maggioritaria sul piano quantitativo, niente altro che questa misera rappresentanza? Certo, hanno influito di sicuro la leadership di Berlusconi e la sua personalità.

Il comando berlusconiano, infatti, corazzato di un inaudito potere mediatico- finanziario, non era tale da poter avere rivali di sorta assicurandosi così un dominio incontrastato che almeno pubblicamente ha finora messo sempre tutto e tutti a tacere; la personalità del premier, infine, ha mostrato tutta la sua congenita, insuperabile estraneità all’universo della politica modernamente inteso. E dunque anche alla costruzione di un partito. La politica, infatti, non è vincere le elezioni e poi comandare, come sembra credere il nostro presidente del Consiglio ; è prima avere un’idea, poi certo vincere le elezioni, ma dopo anche convincere un paese e infine avere il gusto e la capacità di governare: tutte cose a cui Berlusconi, invece, non sembra particolarmente interessato e per le quali, forse, un partito non è inutile.

Ma se è vero che il potere e la personalità del leader sono state un elemento decisivo nell’impedire che la Destra esprimesse niente altro che Forza Italia e il Pdl, è anche vero che né l’uno né l’altra esauriscono il problema. Che rimanda invece a caratteristiche di fondo della società italiana che come tali riguardano tanto la Destra che la Sinistra. In realtà, il verificarsi simultaneo della caduta del Muro di Berlino e di Mani pulite ha significato la fine virtuale di tutte le culture politiche che la modernità italiana era riuscita a mettere in campo nel Novecento (quella fascista avendo già fatto naufragio nel ’45). È quindi rimasto un vuoto che il Paese non è riuscito a colmare. Non si è affacciata sulla scena nessuna visione per l’avvenire, nessuna idea nuova, nessun’indicazione significativa, nessuna nuova energia realmente politica è scesa in campo. Niente.

Il risultato è che in Italia i capi politici più giovani hanno come minimo superato la cinquantina. Ma naturalmente il vuoto è più sensibile a destra, e più sensibili ne sono gli effetti negativi, perché lì la storia dell’Italia repubblicana non ha costruito nulla e dunque non ha potuto lasciare alcun deposito; che invece è rimasto solo nel centro-sinistra, erede di un ininterrotto sessantennio di governo del Paese tanto al centro che alla periferia. Così come nel centro-sinistra sono rimasti quasi tutti i vertici della classe politica che fu cattolica o comunista, portando in dote la propria esperienza e le proprie capacità. Mentre alla Destra è toccato solo il resto: a cui poi, per il sopraggiunto, generale, discredito della politica, non si è certo aggiunto il meglio del Paese.

Ernesto Galli della Loggia

Post-scriptum personale:
il grassetto nell'articolo è mio e richiama due questioni alle quali sono molto legato, ovvero la politica del fare (e non del progettare) e la politica del leader (e non di un'intera classe dirigente), che mi fa piacere ritrovare in questo testo: l'idea che la politica non sia tecnica di acquisto di consenso, ma coerenza di proposizione di un progetto (è necessario lo sforzo di immaginare e prospettare una realtà, mentre non può bastare spacciarsi per creativi del fare); lo stretto legame che alla fine si è costituito tra il Centro-Destra berlusconiano e il Centro-Sinistra senza idee e blocca il nostro paese (una rincorsa reciproca sul vuoto, essenziale al procastinarsi di entrambi, e in fondo in fondo il reciproco appiattimento intorno alla politica del leader: da un lato sicuramente trovato, ma soffocante nella sua presenza autoreferenziale; dall'altro erroneamente agognato, e alibi di una ingiustificata lontananza dalla realtà)