venerdì 15 ottobre 2010

Sono già passati due mesi da un'esperienza unica

Ieri pomeriggio ho messo a fuoco che sono già trascorsi due mesi dal campo di servizio che abbiamo svolto a Pizzoli (un "pizzico" di strada da L’Aquila) con i ragazzi dei giovani e giovanissimi dell’Ac di “Grotta” (e tre gradittissime "intrusioni" di Porto Potenza) e, nonostante molte siano già state le occasioni per tornare a fare mente locale su un’esperienza che ha segnato in modo speciale le vite di tutti noi (il ritorno, un paio di settimane dopo, per un saluto a tutti i bimbi; i nuovi contatti con Giulia e Noemi; la cena del campo; la newsletter della Caritas delle Marche; le foto del nostro don Piero), mi sono accorto con stupore che non avevo ancora messo per iscritto nulla in questo mio spazio virtuale e ho cercato, al di là del tempo che non c’è mai, di capire i motivi di questo vuoto.
E ho percepito che forse affonda tutto nella difficoltà di trascrivere in lettere, consonanti, vocali, parole, punteggiatura il dono di cinque giorni preziosi, che hanno avuto bisogno di ben più altri giorni per essere decantati e che mai potranno essere raccontati in maniera adeguata. Mi limito allora a due sole suggestioni, profondamente distanti l’una dall’altra, così come altrettanto profondamente distanti dalla verità della realtà vissuta, ma che inevitabilmente hanno finito per essere due delle molte anime di questa esperienza: la prima grigia, triste e angosciata; la seconda carica di speranza, con qualche sorriso e oserei dire felice.
Quando la realtà fa meno male della sua mistificazione.
Ho cercato di partire per questa esperienza totalmente scevro da interpretazioni di sorta e pregiudizi di comodo per provare a percepire “dal vivo” fondatezza di posizioni e verità di situazioni; sono tornato a casa senza la chiarezza che mi aspettavo, molto confuso e annebbiato, ma con l’unica certezza appurabile, l'enorme gravità. E allora mi sono detto: vuoi vedere che proprio il modo in cui tale gravità è stata subito sbandierata, ma col tempo mascherata, ha fatto saltare ogni gerarchia di rivendicazione e ogni fisiologica attesa di ricostruzione? Se da un lato molti rivendicano alla gestione da parte del governo italiano la celerità con cui si è dato il tetto a molti e accusano quasi di scarso senso della realtà le critiche e le rivendicazioni a solo un anno dal sisma da parte degli aquilani, se dall’altro lato molti accusano il governo italiano di aver fatto poco, troppo poco e difendono le posizioni di chi a oltre un anno si chiede quale sarà il destino di una città intera, io credo che il vero dramma che si tocca con mano vivendo qualche ora a L’Aquila è il vuoto assordante di una progettualità al cospetto di una tragedia tanto grande; un vuoto che è stato ammantato dall’immagine che tutto si potesse risolvere rapidamente, una tragica e colpevole assenza di un progetto (quanto è miseramente bipartisan e quanto fortemente onnipresente nella nostra classe dirigente questo tarlo) a cui non si è cercato di rispondere con il coinvolgimento di tutti, ma si è replicato con la facciata dell’immediatezza. Il terremoto dell’Aquila non ha semplicemente devastato una città d’arte, ma ha scardinato una cittadinanza viva, unita e appassionata: se allora non si hanno idee e soldi per ricostruire tutta la città d’arte (come si potrebbe anche comprendere o far comprendere, visti i danni ingenti e profondi), si deve almeno avviare un cammino di dialogo e condivisione per chiedere pazienza in vista della ricostruzione di una nuova cittadinanza viva, unita e appassionata a partire da un chiaro progetto di città. Se invece ciò non avviene e si propaganda la possibilità che tutto possa essere fatto nel giro di pochi mesi, con qualche rivoluzionario palazzo per pochi (a proposito ci è mai stato detto quanto è costato?), forse si può capire perché tutti chiedano molto e presto: risolvere con decisioni lontane da quella realtà (come era e come dovrebbe essere) un problema più che reale (lo scollamento di un tessuto umano) non è forse legittimo che provochi delle richieste che sembrano altrettanto lontane dalla realtà (la lentezza della ricostruzione) di un problema più che reale (tanta e tanto grave è la distruzione)??
Quando la semplicità ti fa scoprire la grandezza del bene.
Ho cercato di partire per un’esperienza limitata nel tempo (solo cinque giorni) e a molta distanza dall’immediata crisi post-terremoto (oltre un anno) senza alcuna pretesa di essere il soccorritore di turno e con l’ampia consapevolezza di entrare nell’ordinarietà quotidiana di una quotidianità da un po’ per nulla ordinaria in verità; per cui onestamente mi attendevo, poco abituato in questi anni a vivere l’esperienza di un campo di servizio e più abituato al camposcuola, che fosse il campo a fagocitare il servizio e a limitare il servizio ad una sorta di bella cornice, ma quasi simbolica. Invece è successo esattamente il contrario, in tutto e per tutto: il servizio ha partorito il campo e lo ha fatto passando attraverso le attività più semplici di questo mondo; le attività più semplici di questo mondo hanno costruito un clima tra i partecipanti e una rete di relazioni con i ragazzi e le persone che abbiamo conosciuto a Pizzoli davvero fuori dall’ordinario. Abbiamo fatto compagnia a qualche anziano negli hotel o nei moduli abitativi, abbiamo animato le attività di alcuni centri estivi e di un asilo, abbiamo elargito qualche sorriso a chi condivideva con noi la messa parrocchiale e condiviso tutto ciò insieme, ma proprio nel sorriso di tutti abbiamo percepito la bontà del nostro gesto, la sua giustezza e grandezza che riusciva a stare nella piccolezza e nella banalità della sua veste esteriore: il sorriso provocato e condiviso era il massimo del bene che potevamo fare ed è stato il bene più grande che noi abbiamo ricevuto (soprattutto se si pensa che lo abbiamo ricevuto da chi doveva riceverlo e suscitato in chi non si conosceva per nulla e in nulla). E quei sorrisi, bagnati da qualche lacrima nei racconti, nei resoconti, nelle paure, nelle disillusioni, hanno segnato i cuori e segneranno per sempre i ricordi di chi ha avuto l’onore di questa esperienza. Una grandezza che passa per una porticina minuscola e usa come tramite quanto di più semplice possa esserci; una provvidenza che ti regala sempre molto di più di quanto tu pensi possa seminare, raccogliere e sostenere (è la lezione tramite la quale la realtà mi ha dimostrato quanto sia vera la testimonianza continua della nostra Graziella); una storia umana che è in grado di riservare doni sproporzionatamente più ricchi, anche se infinitamente più istantanei, dei limiti, degli errori, delle colpe e del dolore che spesso la costella. Le storie che s’incontrano e s’intrecciano in un pezzetto di vita sono una delle ricchezze maggiori che ci è offerta e per trasformarle in occasioni di sorriso, al di là del loro recente passato o del loro prossimo futuro e al di sopra di una felicità materiale, basta solo essere aperti all’incontro, esseri aperti all’ascolto, essere aperti alla comprensione e alla disponibilità, essere aperti a farci vicendevolmente compagnia per un tratto di strada, nulla di più. E’ proprio vero, basta poco, così poco!!

giovedì 14 ottobre 2010

CON INTELLIGENZA, OBIETTIVITA' E ONESTA'

Pubblico la lettera di una ricercatrice che spiega al ministro dell'Istruzione perché il ddl spinge i migliori alla fuga e l'Università al collasso (tratto da www.lastampa.it, 13.10.2010).
Chi volesse informazioni sulla mobilitazione dei ricercatori e sulle loro ragioni può visitare questo sito:
http://www.rete29aprile.it/


Caro Ministro Gelmini,
sono una ricercatrice di Cà Foscari, insegno sociologia.
Mai avrei pensato di scriverle sino ad oggi, ma la situazione è grave.
Mi perdoni se per un istante le parlo apertamente.

Ho due anni meno di lei e sono rientrata in Italia nel 2008 dopo aver trascorso il resto degli anni 2000 negli Stati Uniti. Quand'ero un Ph.D. student negli States con molti docenti c'era un rapporto di amicizia. Nel mio Dipartimento c'erano molte donne, young faculty, associate o full professors. Il reclutamento di nuovi docenti era un processo in cui erano coinvolti tutti, anche i graduate students avevano potere decisionale. Tra le tante cose che valutavamo c'era l'età del candidato, perchè più l'Università è giovane e più è viva, dinamica, propositiva, proliferante di sapere. Ricordo che al mio arrivo come studente di dottorato al primo anno avevo trovato ad attendermi all'areoporto il direttore del Dipartimento. Mi aveva ospitata a casa sua per circa un mese. Amava gli studenti perchè credeva rappresentassero il futuro e voleva che fossimo tutti nelle condizioni migliori per lavorare. Ricordo che a lezione gli undergraduates non avevano timore di porre domande, che c'era complicità tra studenti e docenti, che si respirava un'orizzontalità a me sino ad allora sconosciuta.

Nel 2008 sono rientrata in Italia. Non era mio desiderio, ma la vita a volte fa strani scherzi. Ricordo con opacità un concorso con altri sei colleghi. Due di noi avevano trent'anni, gli altri ne avevano più di quaranta. Discutevano di candidati interni o esterni, del numero di concorsi tentati e destinati ad altri, di anni di ricerca e di didattica precaria, di corsi di didattica frontale retribuiti con circa 2 mila euro netti l'anno. Parlavano di famiglie e di figli, di bollette, di una passione messa a dura prova dalla precarietà e dalla svalutazione del sapere.

All'epoca sapevo poco dell'università italiana. Non sapevo che cosa significasse essere un ricercatore, sapevo che il mio stipendio entrante negli Stati Uniti era tre volte lo stipendio che prendo ora. Non mi sono stupita ovviamente quando nessuno è venuto a prendermi all'areoporto, mi sono stupita quando mi sono accorta di avere poche colleghe donne, quando ho conosciuto colleghi che avevano due volte e mezza i miei anni, quando ho realizzato che durante le riunioni ufficiali i ricercatori difficilmente parlavano. Negli anni mi hanno colpita anche altre cose, ad esempio il fatto che l'autonomia di pensiero venisse a volte considerata non tanto come una conquista sublime ma come un segno di arroganza precoce; che in Università come in strada esistessero parole come protettore e tradimento, e che la giovane età non fosse un pregio bensì un difetto: i giovani del resto non hanno un nome, non hanno capitale, non hanno reti di conoscenza già intessute, non hanno potere politico. I giovani non esistono se non in potenza, perciò devono avere pazienza, e prima o poi se hanno fortuna qualcuno li aiuterà.

Capirà con quanta meraviglia abbiamo vissuto questi mesi, quant'è stato travolgente vedere migliaia di ricercatori mobilitarsi a partire dal senso di stima di sé, dalla responsabilità per il futuro, dall'entusiasmo, dall'amore per il sapere. Capirà con quanta energia abbiamo cominciato a parlare negli atenei della sua riforma e quant'è stato rigenerante scoprire che potevamo cambiare le cose in meglio. Ci siamo accorti che l'Università pubblica può essere riformata anche senza mutilazioni, che basterebbe invertire un pò la piramide ordinari-ricercatori per ridurre di molto i costi, per aumentare la democrazia interna, per dare un significato onesto al concetto di meritocrazia. Ci siamo resi conto anche che la sua riforma non va in questa direzione, accentra il potere verso l'alto piuttosto che distribuirlo verso il basso, esclude ancora una volta i più giovani e i precari ed attribuisce il potere decisionale maggioritario ad un Consiglio di Amministrazione esterno ed al Rettore, a scapito addirittura di organi interni sino ad oggi importanti quali il Senato Accademico. Ci siamo resi conto che la sua riforma vorrebbe tagliare i corsi di laurea “inutili”, ma che la definizione di inutilità è sempre un po' ambigua, del resto anche le dittature sudamericane la utilizzavano per mettere al bando i corsi di filosofia e di sociologia. Infine ci siamo dovuti arrendere al fatto che lei non pensa ai giovani, anzi propone il blocco delle assunzioni di nuovi ricercatori a tempo indeterminato, cosa che non solo spingerebbe i migliori di noi all'esodo, ma che data l'età media del corpo docente italiano spingerebbe nel medio periodo l'Unversità pubblica al collasso. Non entro nel merito degli effetti congiunti del suo DdL e dei tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario all'Università, perchè se lo facessi dovrei concluderne che il governo ha in mente un progetto antropologico regressivo per il popolo italiano. Voglio piuttosto dire che tutti noi siamo preoccupati: ricercatori, precari, studenti, professori associati, professori ordinari e presidi.

Siamo preoccupati perchè ci sembra che stiate per votare con semplicismo ed irresponsabilità un DdL di estrema importanza. Siamo preoccupati perchè ci sembra che vi interessi di più il bene di pochi che il bene di tutti, e che Confindustria abbia più diritto ad entrare nella Governance dell'Università di quanto quei giovani “capaci, meritevoli ed anche privi di mezzi” di cui parla la Costituzione abbiano diritto di studiarvi. Siamo preoccupati perchè ci sembra che un disegno di legge di questa portata non andrebbe votato in notturna con la fretta che caratterizza le fughe dei ladri ma alla luce del sole, in aperta collaborazione con tutti coloro che desiderano anteporre ai propri interessi l'amore per il futuro. Siamo preoccupati perchè crediamo che in questo quadro fosco fatto di crisi economica, di precarietà e di crisi di governo non abbia senso dare prove di forza o perseguire un voto politico, come ci sembra stia accadendo. Crediamo che il diritto all'istruzione in Italia sia in pericolo, e che sia nostro dovere proteggerlo oggi domani e sempre, sino a quando riusciremo a creare un'università aperta, orizzontale e di tutti.

Francesca Coin
Università Cà Foscari
Rete 29 Aprile

martedì 12 ottobre 2010

PICCOLO DISPERATO DIZIONARIO DEMAGOGICO DELL’UNIVERSITA’ - LETTERE "O", "P", "Q", "R"

Pubblico "a puntate" un testo meraviglioso che mi è capitato sotto mano, che mettendo a frutto la dote unica dell'ironia, ci regala una pittura dello stato di degrado dell'italico mondo accademico.

Avvertenza
Si propone all’attenzione del pubblico un nuovo e pratico ausilio lessicale, pensato e realizzato per venire incontro alle esigenze delle giovani generazioni, che si sono trovate ad affrontare la bagarre della protesta senza un efficace supporto terminologico. Gli autori nutrono qualche speranza che i lettori comprendano che il Piccolo Dizionario diventa tanto più demagogico quanto più essi stessi sono disperati. E, comprendendo, perdonino.
(G. Azzena, M. Rendeli)

OCSE (dati e media): entità superiore, semidivina, che per una lex arcaica (cfr. Varro d.l.l. 6, 18) si è tenuti a nominare molto ma mai indagare nel dettaglio. Anche perché, se lo si facesse, si scoprirebbe che, per adeguarci alla media OCSE (sempre sia lodata), non bisogna tagliare, semmai aggiungere quattro miliardi di Euro.

parametri: intuitivamente sembra indicare qualcosa per misurare qualcosa ma, come “paramedico” o “parafarmacia”, in forma non compiutamente professionale. La legislazione in corso di approvazione aiuterà molto nella determinazione di veri e funzionali parametri: un docente per essere “bravo” deve “fare due prodotti all’anno” (cfr. anche Novissimo Dizionario di Zoologia, sub voce “mucca”).

partenariato: termine complementare a “progetto” (v.): “no partner? no project!”, è un antico detto fiammingo, ancora oggi in voga a Bruxelles dove ogni progetto ha origine e fine. In Italia stanno prendendo piede piccole Agenzie del Partenariato sul modello di “cuori solitari” che possono fornire ai docenti “celibi” partners affidabili, puliti e carini, europei, extraeuropei, mediterranei.

potere, logora chi non ce l’ha: aforisma in voga nel mondo politico della prima repubblica e perfettamente calzante per tutti coloro, docenti e non (con eccezione, forse, dei duchi, v.), che pensano o hanno pensato di cambiare il sistema universitario. L’aforisma in questione fa da pendant con l’altro ben noto detto “A frate’ dimme che te serve…”: cambiando l’ordine dei protagonisti il prodotto non cambia.

precari: il 50% del personale in servizio effettivo negli Atenei italiani. Sta anche per “entità ricattabile all’infinito”.

progetto: sistema unico per avere i soldi per fare la ricerca. Deve essere sempre espresso anche in lingua inglese. La scadenza per la presentazione dei progetti è stabilita per Legge a due giorni dopo la pubblicazione del bando; alternativamente il 18 agosto o il 2 gennaio. La regola base è “chi è ricco diventa sempre più ricco": ricevono i finanziamenti, cioè, progetti che già si muovono in un quadro “ampiamente consolidato”. Quello che non è dato capire è: se ci viene un'idea veramente - ma veramente - geniale, che per essere tale NON PUO' ESSERE CONSOLIDATA, come facciamo ad avere il PRIMO finanziamento? (Non è il caso nostro, naturalmente: si fa così per dire).

rettori: partito politico trasversale, cui le 10 Proposte del PD (v. Sinistra…) intendono attribuire ulteriori poteri, ispirati in forma e sostanza a quelli delle dinastie ellenistiche post-alessandrine. Esplica la sua attività in modo tendenzialmente vitalizio. Per essere rettori è bene essere “figli di partigiani e/o di minatori”. Il rettore non teme l’onda, anzi non teme niente, tranne: a) che il cielo gli cada sulla testa; b) il mandato unico.

revisore anonimo: colui che c’è ma non si vede; colui che, nella penombra della sua stanzetta, con la mano sul cuore ed il pensiero rivolto alla vecchia mamma e/o al tricolore, fornirà con giustizia e equanimità (e che sia dato il bando ad ogni rancore!) un giudizio fortemente positivo sulla ricerca del suo nemico giurato.

riforme universitarie: gattopardesca sequela di decreti e disegni di legge che nascono con alcune intenzioni e sfociano in tutt’altro grazie all’intervento munifico di consigli delle più diverse corporazioni di cattedratici. Generalmente redatte in italianese (e.g. non dire nulla con linguaggio difficile), rivoluzionano ogni volta radicalmente il sistema e costringono i duchi (v.) a inventare i più brillanti sotterfugi perché tutto rimanga uguale a prima. Costringono inoltre i non-duchi a passare diversi mesi (e nottate) ad adeguare il sistema (cfr. tre più due) sia alle regole della riforma sia alle esigenze di duchi e baroni (operazione non sempre facile) i quali nel frattempo se ne vanno in giro dicendo: “non so voi come fate: io non ne ho capito proprio nulla…”. La storia recente delle riforme universitarie ha prodotto: a) il protagonismo del ministro dell’Università o della Pubblica Istruzione di turno: O. Zecchino, L. Berlinguer, L. Moratti, F. Mussi e ora M. Gelmini hanno scritto pagine indelebili, commoventi e spesso assolutamente rivoluzionarie per l’istituzione (v.) universitaria; b) lo zero, costo (v.).

mercoledì 29 settembre 2010

FINI E VELTRONI: IL VINCOLO DELLA “REALPOLITIK”

Le ragioni di una crisi oramai sotto gli occhi di tutti che attanaglia la nostra politica nazionale e la sua miserevole classe dirigente sono a mio avviso molteplici e ben più profonde di quanto il gossip e il killeraggio dossieristico (vedi Fini-Berlusconi) o le dispute personali e personalistiche (vedi Veltroni-D’Alema - ops, Bersani) possano mascherare e meritano ben altro spazio di approfondimento, pur ruotando attorno ad un nodo che inizio ad avere molto chiaro: la totale inadeguatezza progettuale dei nostri politici e l’abissale sproporzione tra le proposte (miopi, tappabuchi e non riformatrici) e la situazione drammatica del nostro paese (uno stile di vita totalmente sovraelevato rispetto a quanto i conti pubblici possono permettere).
Vorrei però in quest’occasione soffermarmi alla superficie per evidenziare, non paradossalmente, come già a questo livello si percepisce uno smarrimento completo della bussola del bene comune e la degenerazione di un’etica pubblica e politica che ha perso la capacità di essere coerente fino in fondo. E lo faccio evidenzando i limiti delle posizioni di due figure che in questo momento della nostra storia politica hanno la ribalta della cronaca nelle vesti di “censori” rispettivamente della cattiva via intrapresa da un lato dalla maggioranza e dall’altro dalla minoranza: Fini e Veltroni.

Perché sull’affaire Fini sembrano avere tutti ragione
La cosa strana di tutto ciò che, in questo periodo, ruota attorno a Gianfranco Fini, di cui non posso che stimare il tentativo di dare un nuovo volto (e spero corpo) alla destra del nostro paese e di cui non posso che accogliere con piacere una critica concreta e solida non a Berlusconi ma al berlusconismo (peccato che i semi di questo nuovo costume sono, dopo quindici anni, tanto diffusi da fagocitare numericamente anche lui), è che sembra che tutti abbiano ragione. Hanno ragione, nei contenuti, i suoi adepti di Futuro e Libertà; hanno ragione, in alcune richieste di chiarimento, alcuni dei suoi “nuovi” nemici del Popolo della Libertà; ma, paradossalmente, hanno tanto più ragione due figure tra loro lontanissime, Mario Campi (ideologo di Fare Futuro) e Antonio Di Pietro (padre dell’Italia dei Valori), che condividono un medesimo appello: lasci la presidenza della camera e si senta libero di dare seguito a ciò che predica. La rivendicazione di una purezza di ideali si mescola infatti in questo caso ad un realismo politico che qualche interrogativo lo pone: se possiamo infatti accettare che il recente passato di Fini sia stato una machiavellica convivenza forzata con Berlusconi per ottenere spazio, tempo e microfono al fine di costruire e rendere visibile una destra alternativa (il fine giustifica i mezzi), può questo meccanismo valere ancora? Può cioè il nostro Presidente della Camera spingersi alle dichiarazioni che ha fatto nei confronti di Berlusconi (politiche, etiche, economiche) e convivere ancora con lui? Nel momento in cui rivendica una supremazia della sua etica pubblica, non può scinderla da una presa d'atto e da una presa di posizione vera che culmini con una scelta altrettanto chiara: se Berlusconi è quello che lui ora dipinge come può essere alleato di chi gestisce, a suo dire, società offshore e faccendieri in Sud America? Certo che l’Italia ha bisogno di stabilità come altrettanto certo è che occorre essere fedeli ad un chiaro mandato elettorale: ma il bene comune e la purezza degli ideali, al cospetto di un male tanto sventolato e attaccato, non viene prima anche di tutto ciò?

Dal sacrificio è risorto solo Gesù
Nonostante alcuni passaggi potessero farlo immaginare (“non farò agli altri ciò che hanno fatto a me” sa di una invidiabile ripresa della Regola d’Oro così come nel Vangelo è ripresa e attualizzata), Walter Veltroni deve capire che non è la re-incarnazione di Gesù. Al di là della battuta, quasi blasfema, che intendo dire? Penso che, al di là del fatto che il suo gesto di qualche mese fa (quando ha lasciato la segreteria del PD) sia da intendesri come suicidio politico o come sacrificio (io tendo ancora fiduciosamente a propendere per la seconda), egli ha in quell’occasione ucciso una sua precisa presenza pubblica e un suo chiaro ruolo dentro al PD, che non può pensare di riproporre: il suo gesto è stato un gesto ultimo, ultimativo e definitivo, dal quale non si torna indietro; dal sacrificio non si resuscita. Fuor di metafora: a Veltroni spetta il diritto di dire la sua nelle molte sedi istituzionali del partito che ha modo di frequentare, a Veltroni spetta di avere un’opinione su quella che deve essere la rotta del partito di cui è importante parlamentare, ma non spetta più di parlare da leader, di smuovere le acque di correnti o pseudo-correnti rispetto alle quali non può più rivendicare un ruolo ufficiale, non spetta più di tornare ai vecchi giochi da cui è voluto uscire e, se anche il suo sacrificio non ha avuto l’esito che sperava, il suo gesto rimane e deve restare coerente con esso. Certo che il Pd ha bisogno di una nuova marcia e di un nuovo scatto altrimenti il progetto è destinato a morire, senza essere mai nato veramente: ma anche in questo caso il bene comune del partito e la purezza di precisi ideali alla base di una progettualità alta, al cospetto di un'inerzia criticata e attaccata, non viene prima delle solite becere lotte per la leadership?

Come mai allora persino chi si candida a purificare la politica dalle sue derive personalistiche (Fini nel caso del Presidente del consiglio) o dai sui limiti partitici (Veltroni nei confronti di un Segretario che ha fin qui deluso) finisce per ricadere nel circolo vizioso di una “realpolitik” che sembra rendere impossibile, nei loro casi, essere coerenti fino in fondo e inaugurare una strada nuova, che sia un partito magari non ancora in grado di vincere le elezioni (Fini) o un confronto lontano dai giornali, ma capace di portare risultati veri, fuori da ogni disputa vecchia e logora (Veltroni)?

lunedì 13 settembre 2010

MA CHE MUSICA MAESTRO!!


Pubblico in versione integrale la testimonianza scritta dai ragazzi (giovani e giovanissimi di Ac di Grottazzolina e Potenza Picena) che hanno partecipato al campo di servizio a Pizzoli (AQ) dal 10 al 14 agosto scorso. Il testo è tratto dalla newsletter di Agosto della Caritas (gemellaggio Chiesa Marche Chiesa Abruzzo). Aggiungo un grande grazie a Giulia e Noemi.
Ps. La foto è di mio cugino Marco (che classe!!)


Direttamente dalle migliori sale di incisione marchigiane il gruppo di A.C. di Grottazolina e tre ragazzi dell’AC di Porto Potenza, ribattezzati dopo le performance che hanno deliziato Pizzoli e dintorni ‘Il coro di Piero’, hanno vissuto cinque giorni a Pizzoli. Ragazzi, animatori, sacerdoti e mamma-cuoca Graziella hanno condiviso con la popolazione del posto momenti di servizio e un cammino di riflessione e preghiera.
Ecco la loro testimonianza.


Presentiamoci: siamo venti ragazzi dell’Azione Cattolica delle Marche, e siamo venuti a trascorrere cinque giorni al servizio della Caritas a Pizzoli. “Adesso ognuno dica perché ha deciso di partecipare a questa esperienza e cosa si aspetta.” Questa la difficile domanda del sacerdote che ci ha accompagnato, poche ore prima di arrivare a L’Aquila.
Be’, sono uscite le motivazioni più varie: chi perché voleva dare una svolta all’abitudine di ogni giorno, vivendo la gioia di donarsi agli altri, chi per vedere direttamente la realtà di un popolo ferito nel più profondo e chi era partito e basta, senza tanti perché o troppe aspettative. Dopo cinque giorni eccoci qui, a dover lasciare Pizzoli e l’ Abruzzo e a chiederci cosa ci abbia lasciato quest’esperienza.
Ci siamo impegnati in diversi modi: con i bambini al GREST di Arischia, a Cagnano, e
all’asilo di Barete, con gli anziani ai MAP e con la comunità animando le celebrazioni. La paura di sbagliare era tanta, ma i bambini e gli anziani che abbiamo conosciuto sono stati aperti e disponibili nei nostri confronti, segno che la nostra presenza era bene accetta.
Sapevamo che il nostro servizio non era caratterizzato certamente dalle competenze pratiche delle Protezione Civile o della Croce Rossa, ma è stato guidato dalla pa-
rola del Vangelo e dall’amore che ne scaturisce. Sicuramente torniamo a casa con la gioia di aver fatto un tratto di cammino insieme a nuove persone e con la felicità che nasce dal mettersi a disposizione degli altri, senza la pretesa dei grandi gesti o di aver compiuto grandi azioni; solo con la consapevolezza qui maturata, dell’importanza dei gesti semplici e quotidiani, del farsi prossimo nelle tante piccole cose che compongono la nostra vita.
Ciò che ci rimane dentro sono sicuramente i sorrisi dei bambini, la luce negli occhi della gente, le parole gentili delle persone che abbiamo incontrato, la disponibilità delle volontarie Caritas e soprattutto il desiderio di restare ancora.
Non sappiamo se il nostro servizio verrà ricordato, ma abbiamo capito che è servito
per rendere migliori questi giorni.

Andrea, Chiara, Damiano, Gaia, Francesco, Letizia, Lucia, Lucrezia, Marco, Mattia, Stefano, Tommaso

venerdì 10 settembre 2010

I RITI DI DEGRADAZIONE E L’ANNULLAMENTO DELLA SPERANZA 1: PRESENTE SENZA FUTURO

C’è una cosa che in questo momento della mia vita mi segnala in maniera oppressivamente concreta quanto l’essermi sposato e l’aver creato una famiglia (fatta la tara alla grandiosa bellezza della cosa in sé) mi abbia oramai proiettato nell’età adulta (oltre il fatto di aver superato i trenta): un bel pizzico di paura del futuro; ma c’è una cosa che in questo momento della mia vita mi aiuta tragicamente a pensare che, nonostante mi sia sposato e abbia creato una famiglia, nonostante mi senta adulto (e abbia superato i trenta), tutto sommato sono ancora giovane: la luce accecante del presente. Sull’adulto pesa infatti “per antonomasia” la consapevolezza di una crescente responsabilità nei confronti del domani, non più solamente il "proprio" domani; il giovane vive, “cromosomicamente”, nel gusto dell’oggi e nel coraggio dell’imprevisto, molto concentrato sul "proprio" vissuto. Solo che la mia paura del futuro ha ben poco del fisiologico e costruttivo (come dovrebbe essere) e la luce accecante del presente somiglia per nulla alla chiarezza delle possibilità (quanto piuttosto risulta vicina ad una cecità da abbaglio).
Se poi faccio un passo avanti e mi azzardo a coniugare queste due dimensioni – fosse solo per non pensare di avere un’identità schizofrenica – mi rendo miseramente conto che questa strana convivenza è poco naturale e soprattutto poco sana: questa società sta infatti costringendo i giovani adulti della mia generazione a dimenticarsi del fatto che stanno crescendo e a convincersi di poter restare giovani; il tutto non grazie a miracolose creme rivitalizzanti, a mode colorate e sportive o a utopiche formule anti-age, ma perché sta frullando, in un mix tremendo e agghiacciante, l’ossessione dell’oggi con la necessità di non dovere pensare a domani. Se il giovane, per “deformazione professionale” non è portato ad interrogarsi sul suo futuro, e potrebbe quindi trovarsi a proprio agio in questa condizione, all’adulto che gli si sta accostando e cerca di convivere per un pezzetto di strada con lui è oggi impedita questa possibilità: ci è stata resettata la fiducia nel domani e cancellata la speranza nel futuro, e questo al di là della contingenza esistenziale della nostra condizione umana.
Un paio di generazioni or sono, e quindi anche cronologicamente qualche decennio fa, i miei genitori, allora bambini, sono cresciuti in condizioni che costituiscono spesso oggetto di racconti tali da sembrare quasi mitici tanto paiono lontani e diversi dalla nostra realtà quotidiana (povertà, sacrifici, essenzialità): ma a quella generazione è stata data l’occasione di mettersi alla prova per tentare di costruire il futuro proprio e dei propri figli. La mia generazione è cresciuta invece all’interno di una bolla di sviluppo economico che l’ha protetta e viziata ed oggi inizia a toccare con mano quanto il nostro stile di vita sia stato sproporzionato rispetto a quanto potevamo e possiamo tuttora permetterci. Quale la conseguenza? Che il nostro presente è un presente di affannosa e continua ricerca di una sistemazione lavorativa o di una nuova collocazione lavorativa, vittime di una flessibilità che ci è stata presentata come la panacea di tutti i mali e che è diventata invece l’ultima e unica possibile schiavitù pensabile nell’età della difesa dei diritti umani; che il nostro futuro è tragicamente costretto ad essere declinato molto spesso al singolare, laddove si riesce a progettare, immaginare, pianificare. Non è certo nella mia indole la presunzione di voler avere una vita già scritta o dettagliamene prevista, ma desidererei un’esistenza che preveda il diritto di guardare al futuro con fiducia; non è nel novero dei miei obiettivi vedermi regalata una vita piena di successi o di agio, ma, da marito, desidererei che mi fosse consentito di vivere da padre senza dover pensare con affanno e vergogna a ciò che lascerò ai miei figli.
E’ vero, ci sono valori e sentimenti da trasmettere e affidare in eredità, come c’è, per chi ci crede, una Provvidenza a cui affidarsi, che spesso scompagina e riordina le situazioni di vita, ma gradirei che questo presente potesse essere anche una semina per far raccogliere altri, mentre al momento è uno scavo esasperato nel fondo di un fondo già scavato; gradirei avere motivi per coltivare una fiducia che non sia utopica o irrealistica, ma fondata e argomentata; gradirei, in buona sostanza, che la tridimensionalità del volume temporale delle nostre vite si riordinasse secondo la dignità che le compete: un passato da cui imparare, un presente in cui investire, un futuro di cui essere serenamente responsabili.

giovedì 9 settembre 2010

PICCOLO DISPERATO DIZIONARIO DEMAGOGICO DELL’UNIVERSITA’ - LETTERE "I", "L", "M", "N"

Pubblico "a puntate" un testo meraviglioso che mi è capitato sotto mano, che mettendo a frutto la dote unica dell'ironia, ci regala una pittura dello stato di degrado dell'italico mondo accademico.

Avvertenza
Si propone all’attenzione del pubblico un nuovo e pratico ausilio lessicale, pensato e realizzato per venire incontro alle esigenze delle giovani generazioni, che si sono trovate ad affrontare la bagarre della protesta senza un efficace supporto terminologico. Gli autori nutrono qualche speranza che i lettori comprendano che il Piccolo Dizionario diventa tanto più demagogico quanto più essi stessi sono disperati. E, comprendendo, perdonino.
(G. Azzena, M. Rendeli)

inganno, fatta la legge trovato l’:
a) cervelli, rientro dei:
della corsa al rientro hanno fatto parte anche studiosi che hanno lasciato il nostro paese consapevolmente e hanno creduto di poter
rientrare senza il forte appoggio delle alte sfere; ma ora il rientro sembra essere più volgarmente la soluzione ottimale per duchi e rettori che, in suo nome, possono far rientrare, quasi totalmente a spese del ministero, fidi scudieri che hanno trascorso un periodo (tre anni, ma non continuativi…) di ricerca all’estero, senza farli passare dalle “forche caudine” del concorso (v.);
b) fama, chiara: operazione di cooptazione di uno studioso che abbia recato un contributo vitale alla scienza, e che sia colto, fascinoso, talentuoso, geniale, militesente, possibilmente bella presenza. Stante la perdurante latitanza di persone di questo tipo (che, se esistono, certamente
non hanno nessuna interesse a fare il professore universitario), tutta l’operazione consiste nell’assumere direttamente e senza tante storie qualche amico di duca (v.). Cfr. (ma solo per i lettori più acuti) “turn-over”.

investimento: il termine indica i soldi che ogni docente investe (de sua pecunia, dicevano le iscrizioni latine…) per fare ricerca, pagarsi le trasferte, confrontare le proprie idee con altri studiosi, partecipare a convegni et similia. Oppure: incidente stradale che normalmente vede
coinvolti un autoveicolo e un pedone. Non risultano da molti anni altre tipologie di
investimenti.

istituzione: animale mai esistito o altrimenti da molto tempo estinto. Il termine è però tuttora in uso, anche se in forma traslata e in ambienti snob, ad indicare l’Università in quanto tale, cioè quella che non serve a riprodurre docenti (v. Lodge, legge di) ma a produrre cultura e progresso (scientifico e umanistico). Nel nostro paese, come nelle società aristocratiche di tempi remoti, la
preminenza di famiglie eminenti (v. duchi) rende però tale sovrastruttura (e conseguentemente anche il termine che la indica) del tutto inutile: ciò provoca una escalation nella personalizzazione e nella creazione di costellazioni delle più diverse forme di potere interne al sistema (facoltà, dipartimenti, corsi di laurea, centri di eccellenza ecc. ecc.). Caratteristica è la loro non riproducibilità in caso di cessazione o assenza (per trasferimento, pensionamento o quant’altro) dell’aristocratico di riferimento. Il confronto con altre galassie (università europee o americane) è inutile e fors’anche dannoso.

laurea: sinonimo di perdita di tempo, frapposta tra l’individuo e le mete più agognate (v. “calciatore/velina”,“SUV”); valore legale della: qualcosa da abolire con grande urgenza per rendere più felici le università private.

lenticchie, piatto di: unità di misura premonetale con la quale i vari Governi (compreso l’ultimo) hanno comprato il consenso delle tribù universitarie. Alle lenticchie si accompagna, oltre alla classica cipolla, un sistema sicuro di controllo dei concorsi a cattedre: elezione, elezione ed estrazione, estrazione da una lista di votati, votazione di una lista di estratti, estrazione di votati da una lista di estratti, liste di votanti estratti, estrazione di liste votanti… come sia sia: l’importante è mantenerne comunque saldo il controllo. Anzi, sempre più saldo, come ben dimostrano i commi 4 e 5 dell’art. 1 del decreto Gèlmini.

Libro Iniziatico della Valutazione: Esattamente come il Necronimicon è un libro inesistente, ma al quale tutti fanno riferimento come se esistesse. Conterrebbe, secondo gli alchimisti, la formula per valutare qualsiasi “prodotto” della cultura, specie se di ambito universitario: dalla presenza o meno dei cancellini nelle aule fino al numero medio di scarpa dei membri del Senato
Accademico, ogni attività che possa svolgersi in un Ateneo è ivi contemplata e
comparativamente valutata. Sono famosi i falsi: quello del Necronomicon, comparso nel 1941 sul catalogo di Philip Duchesne libraio in New York, e quello del L.I.V., messo in vendita su eBay da tal Jiao Tong, antiquario-bibliofilo di Shangai.

Lodge, legge di: legge che presiede alla riproducibilità dell’ultima casta (il c.d. vastupurusamandala della prima fascia - v. docenza, tre fasce di), teorizzata e materialmente testata nel volume di D. Lodge, Il professore va al congresso, Bompiani, Milano 2002. In essa si dimostra come un ordinario scelga un successore mediamente meno dotato di lui per poterlo controllare: ciò porta alla creazione di una catena di progressivo rimbecillimento della figura
fino a quando, in fondo a essa, il docente non si accorge di aver scelto un Einstein… e la catena ricomincia. Ogni riferimento alle teorie vichiane (corsi e ricorsi…) è inutile perché incomprensibile ai più.

L.U.I.S.S., Libera Università Internazionale degli Studi Sociali: ateneo privato che dal 1974 sostituisce l’Università Internazionale degli Studi Sociali Pro Deo, fondata da Padre Felix Andrew Morlion nel 1946; la pronuncia "Liuiss" è più frequente nel linguaggio corrente, specie in
quello delle mamme dei giovani frequentanti, per fraintendimento fra l’acronimo italiano (vaticano) e una parola in lingua inglese.

Marcegaglia Emma, commenti positivi sulla riforma Gelmini. Questa voce è stata erroneamente trasferita su questo Dizionario dalla “Rubrica del Chissenefrega”.

merito, meritocrazia: vocabolo-muro (del tipo: “buco dell’ozono”, “innalzamento della temperatura terrestre”, “cucciolo di foca”) contro il quale si può solo battere la testa. Ti ci devi fermare davanti e arrenderti alla sua solidità mediatica e retorica, anche perché se dici che di veri geni non ne hai mai conosciuti e che forse bisognerebbe capire che cos’è esattamente “merito” dentro le università, o sei con piena evidenza uno “sfigato immeritevole”, o sei
Fabrizio De Andrè (e questo non può essere).

moduli, modulistica: (v. progetto). Strumentazione atta principalmente “a trovare soldi”, ma funzionante anche in altri campi della cultura (v.) e della vita universitaria. La “complessità” ne è parte integrante e condizione essenziale. La progressiva evoluzione della complessità
(inversamente proporzionale alla quantità dei fondi erogati) è stata nel tempo curata dal benemerito U.C.A.S.E.S.I: malgrado questo Ufficio lavori per il bene del Paese da molti anni, non se ne conosce l’indirizzo, ma si può dire che l“Ufficio Complicazione Affari Semplici E Spesso Inutili” abbia filiali ovunque. Storia. I moduli-per-trovare-soldi (v. docente) nell’antichità constavano di due pagine e una decina di spazi compliabili (nome, cognome, oggetto della ricerca, soldi necessari, firma…); oggi i ponderosi tomi di istruzioni che li accompagnano contengono indicazioni del tipo: per ottenere il finanziamento ti inoltrerai nella palude di Gondrurf,
e attraverserai il paese degli elfi, per giungere alla porta scarlatta di Bendramalius, ove è l’Antico Guardiano… (per il bene del Progetto occorre immaginare la frase letta da Gianni Musy che, per chiarezza, è il doppiatore di Albus Silente).

normalista: talora un minimo più simpatico del bocconiano (v.).